“Armamento italiano e bandiera italiana tornino a procedere nella stessa direzione”
Allarme di Confitarma: il tonnellaggio iscritto in Italia calato del 30%. Gian Enzo Duci interviene per spiegare quanto e perchè sarebbe importante e urgente invertire il trend

Contributo a cura di Gian Enzo Duci *
* Managing Director Esa Group e Professore Università di Genova titolare del corso “Implicazioni economico finanziarie delle scelte armatoriali”
L’intervento di Luca Sisto pubblicato dal Sole 24 Ore sul calo del 30% del tonnellaggio iscritto in bandiera nazionale, ha il merito di riportare al centro dell’attenzione un tema che riguarda non soltanto gli operatori del settore, ma più in generale la capacità dell’Italia di esercitare il proprio ruolo di Paese marittimo. Il richiamo alla progressiva riduzione del tonnellaggio iscritto sotto bandiera italiana, alla necessità di rafforzare la competitività del registro nazionale e all’esigenza di accelerare il percorso di semplificazione amministrativa rappresenta un contributo importante a un dibattito che merita di essere affrontato senza pregiudizi e con uno sguardo di lungo periodo.
Proprio partendo dalle riflessioni del Direttore generale di Confitarma, può essere utile allargare il campo dell’analisi e distinguere tra due fenomeni che vengono spesso sovrapposti ma che non necessariamente coincidono: l’andamento della bandiera e quello dell’armamento nazionale.
Se infatti la flotta iscritta nei registri italiani ha conosciuto negli ultimi anni una progressiva contrazione, lo stesso non si può dire dell’armamento italiano, che dopo la profonda crisi del 2008 ha dimostrato capacità di adattamento, propensione agli investimenti e costante presenza sui mercati internazionali. Il paradosso è che questa attività si è sviluppata sempre più spesso in modo disgiunto dalla bandiera nazionale.
Non si tratta di un fenomeno esclusivamente italiano. Nel Regno Unito questo processo è iniziato già molti decenni fa. Londra continua a essere uno dei principali centri mondiali dello shipping pur non disponendo più di una flotta registrata sotto bandiera britannica proporzionata al peso del proprio cluster marittimo (secondo l’Unctad è in bandiera estera l’84% del tonnellaggio controllato dagli armatori britannici). Analogamente, la Grecia rimane una delle maggiori potenze armatoriali del pianeta pur registrando una parte significativa della flotta controllata dagli armatori ellenici (circa l’88%) sotto registri differenti da quello nazionale. Armamento e bandiera, dunque, non sono necessariamente grandezze coincidenti (in Italia, comunque, è sotto bandiera nazionale il 57% del tonnellaggio controllato).
Questo non rende irrilevante il tema della bandiera. Al contrario. Luca Sisto richiama correttamente l’attenzione sul fatto che il tonnellaggio registrato continua ad avere un ruolo importante nel determinare il peso di uno Stato all’interno dell’International Maritime Organization e nei principali organismi internazionali della navigazione. Da questo punto di vista la riduzione della flotta battente bandiera italiana rappresenta effettivamente un elemento di indebolimento della capacità di influenza del Paese.
Oggi però esiste una ragione ulteriore che rende il tema della bandiera ancora più rilevante rispetto al passato: la geopolitica. Negli ultimi quarant’anni la scelta della bandiera è stata valutata quasi esclusivamente in termini economici, fiscali e amministrativi. Oggi non è più sufficiente. Le tensioni nel Mar Rosso, l’instabilità dello Stretto di Hormuz, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture critiche marittime e subacquee e il ritorno della dimensione geostrategica dei traffici marittimi stanno modificando profondamente il quadro di riferimento.
In questo contesto la bandiera torna ad assumere un valore che va oltre la mera convenienza amministrativa. Essa rappresenta anche un elemento di affidabilità strategica, di protezione diplomatica, di accesso ai mercati e di integrazione all’interno di sistemi di alleanze politiche e militari. La scelta del registro non può più essere considerata esclusivamente alla luce dei costi e degli adempimenti burocratici, e proprio per questo motivo l’Italia dovrebbe interrogarsi su come rendere la propria bandiera più attrattiva e competitiva.
Le osservazioni sui maggiori costi amministrativi che gravano sulle navi italiane meritano attenzione. Non si tratta soltanto di una questione di oneri aggiuntivi per le imprese. È un tema di competitività del sistema Paese. In un settore che compete ogni giorno su scala globale, tempi lunghi, procedure complesse e adempimenti duplicati finiscono inevitabilmente per influenzare le decisioni degli operatori.
Da questo punto di vista va riconosciuto che negli ultimi anni il Governo ha compiuto un importante salto di qualità culturale e politico. Il mare è finalmente uscito dalla dimensione settoriale nella quale era stato confinato per troppo tempo. Il Piano del Mare, la crescente attenzione alla dimensione subacquea, il riconoscimento del ruolo strategico delle infrastrutture marittime e la centralità attribuita al mare nell’ambito del Piano Mattei testimoniano l’emergere di una nuova consapevolezza nazionale.
È una svolta potenzialmente significativa. Per la prima volta dopo molti anni la marittimità non viene affrontata come una somma di questioni portuali, armatoriali o logistiche, ma come una componente essenziale della politica industriale, energetica, infrastrutturale e geopolitica del Paese.
Tuttavia, questa nuova visione non sembra ancora essersi diffusa in maniera uniforme all’interno dell’intera macchina amministrativa. Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, pur mostrando disponibilità al confronto e apertura al dialogo con il settore, faticano talvolta a cogliere pienamente lo scenario competitivo internazionale nel quale operano gli armatori. Un contesto in cui semplicità, rapidità, prevedibilità e digitalizzazione costituiscono fattori competitivi tanto importanti quanto la fiscalità. Chi sceglie oggi una bandiera confronta infatti sistemi amministrativi che competono a livello globale e nei quali l’efficienza rappresenta spesso il principale fattore attrattivo.
Allo stesso modo, la Guardia Costiera continua spesso a essere chiamata ad applicare norme e procedure costruite in un’altra epoca tecnologica. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo fondamentale svolto dal Corpo per la sicurezza della navigazione e del sistema marittimo nazionale. Il problema è che molte prescrizioni e molti adempimenti oggi non appaiono più coerenti con le possibilità offerte dalla tecnologia digitale e finiscono per generare costi burocratici improduttivi senza corrispondenti benefici in termini di sicurezza o di efficienza.
La vera sfida della marittimità italiana non consiste quindi soltanto nel recuperare tonnellaggio sotto bandiera nazionale. Consiste soprattutto nel costruire un ecosistema normativo e amministrativo capace di competere con i migliori registri internazionali.
L’Italia dispone di armatori dinamici, di marittimi qualificati, di competenze tecniche riconosciute a livello globale e di una posizione geografica unica nel Mediterraneo. Ha finalmente riscoperto il mare come elemento centrale della propria strategia economica e geopolitica. Ora occorre completare questo percorso, traducendo la consapevolezza politica in una concreta modernizzazione amministrativa.
Oggi la bandiera non è soltanto un simbolo. È uno strumento di politica industriale, di influenza internazionale e di sicurezza strategica. Proprio per questo motivo la sua competitività dovrebbe diventare una delle priorità della nuova politica marittima italiana.
In fondo, la questione non è scegliere tra armamento e bandiera. L’industria armatoriale italiana ha già dimostrato di saper crescere anche quando una parte delle proprie flotte opera sotto registri diversi da quello nazionale. La vera ambizione dovrebbe essere un’altra: fare in modo che la crescita dell’armamento italiano e quella della bandiera italiana tornino a procedere nella stessa direzione. In un mondo segnato da instabilità geopolitica, competizione strategica e crescente attenzione alla sicurezza delle catene logistiche, ed in cui nel futuro prossimo la scelta della bandiera potrebbe dover essere fatta non più solo per ragioni di convenienza economica, ma anche “malgrado” tali scelte, questa convergenza non sarebbe soltanto un vantaggio per il settore, ma diventerebbe un valore aggiunto nazionale.
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