Il quotidiano online del trasporto marittimo

Nicola Capuzzo - Direttore Responsabile

Costo del lavoro, occupati diretti, indiretti e utili di Psa Genova Prà: l’evoluzione di un decennio

Contributo a cura di Riccardo Degl’Innocenti *

* Comitato per il Dibattito pubblico nel porto di Genova

 

Gilberto Danesi è oggi il presidente di Psa Italia dopo essere stato a capo del terminal contenitori di Pra’. Durante un convegno ha affermato che “il porto di Genova è caro. Muovere un contenitore a Pra’ mi costa 105/110 euro per Teu mentre lo stesso servizio ad Anversa non supera i 70 euro/Teu, in Portogallo 33/34 euro”.

Materia complicata, numeri affastellati giocoforza in una frase durante una diretta on line. Ma con una sentenza: il problema nel porto di Genova è il costo del lavoro. Non è la prima volta che Danesi lo dice, ma stavolta, se la trascrizione di www.shippingitaly.it è esatta, ha avuto un momento di partecipazione affettiva, come dicono i linguisti, perché gli è uscito quel “mi costa” che la tradizione latina ci ha consegnato come dativo etico. Danesi non è tra gli azionisti di PSA, per quanto ci è noto, è stato dirigente e oggi è consigliere, per cui non escono dalle sue tasche i soldi per pagare i lavoratori. Mentre sciorinava quei numeri egli si è però rivelato per il manager che è, che agli azionisti risponde con l’unico pensiero ammesso dall’impresa: ridurre i costi e aumentare i ricavi, per ottenere il desiderato utile per i loro capitali impiegati nel business.

Vogliamo rassicurare Danesi. Premettendo però una necessaria smentita: un teu a Prà non costa 105-110 euro, bensì 86 e semmai ricava 102 euro, basta dividere rispettivamente costi di produzione e fatturato iscritti a bilancio per i teu movimentati nel 2019. Potremmo anche spiegare perché altrove costino meno, lo faremo un’altra volta. Ci basti dire che a Anversa i portuali guadagnano di più che a Genova per cui il problema è di produttività ma riguarda l’organizzazione del lavoro, materia di competenza dei manager, e altri fattori, ma non i lavoratori che a Pra’ forniscono le rese richieste dall’azienda. Del resto nel costo del lavoro che Danesi lamenta, circa 1/3 è composto dai premi di produzione, “premi” pattuiti dall’azienda e guadagnati con merito dai lavoratori.

Abbiamo messo a confronto il bilancio più recente di PSA con quello di 10 anni fa. Che l’azienda abbia ridotto il personale del 5% e che il costo del lavoro sia aumentato del 32,7% quadrano con il fatto che il costo del lavoro sarebbe il problema. Non quadrano invece i dati che seguono e che ne danno una interpretazione diversa.
La produzione (i container movimentati) è aumentata del 63,5%, con risultati formidabili di fatturato per addetto e conseguente riduzione dell’incidenza relativa del costo del lavoro. Ma come ha fatto un numero minore di lavoratori a compiere un tale miracolo? L’azienda ha triplicato le chiamate dei lavoratori temporanei della CULMV, quindi a costi variabili (classificati nei costi dei servizi, non del lavoro) che equivalgono a un rapporto PSA-CULMV di questo tipo: «ti pago solo quando lavori, senza obbligo di chiamarti, alla tariffa migliore che riesco a strapparti in cambio di promesse di lavoro, fermo restando che se non lavori con me perdi metà del tuo fatturato, e se resti senza lavoro ci penseranno le finanze pubbliche a sostenerti, perché io non porto nessuna responsabilità giuridica del tuo rapporto di lavoro». Così sommando ai dipendenti le unità lavorative medie fornite dalla CULMV, PSA ha ottenuto un aumento del 33,5% del fatturato per addetto. Con il botto finale di avere triplicato gli utili netti.

Nonostante tutto ciò, ancora “mi costa”?