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A rischio il futuro dei lavoratori portuali: “Serve urgentemente una discussione nazionale”

Livorno – Il lavoro portuale ha estrema urgenza di un confronto a livello nazionale e un chiaro indirizzo sul proprio futuro. Questo è quanto emerso dalla discussione andata in scena durante il convegno organizzato a Livorno da Lega Coop, Uniport e Compagnia Portuale di Livorno in occasione del quale i deputati Raffaella Paita e Andrea […]

di Nicola Capuzzo
16 Luglio 2021
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Lavoratori portuali

Livorno – Il lavoro portuale ha estrema urgenza di un confronto a livello nazionale e un chiaro indirizzo sul proprio futuro. Questo è quanto emerso dalla discussione andata in scena durante il convegno organizzato a Livorno da Lega Coop, Uniport e Compagnia Portuale di Livorno in occasione del quale i deputati Raffaella Paita e Andrea Romano hanno annunciato che nel prossimo decreto Trasporti saranno riformulati gli emendamenti dedicati ai ristori per il lavoro portuale bocciati dalla Ragioneria dello Stato durante l’iter di conversione in legge del decreto Sostegni-bis.

“La discussione sul futuro dell’occupazione in banchina deve diventare nazionale. Bisogna aprire un confronto su come si pensa di riformare la legge 84/1994, come gestire la transizione sociale verso l’automazione, capire se per il Governo i porti sono strategici, per chi si stanno facendo le nuove opere infrastrutturali previste dal Pnrr” ha detto Jari De Filicaia, presidente dell’impresa portuale livornese Uniport.

Sia lui che Enzo Raugei, presidente quest’ultimo della Compagnia Portuale di Livorno, hanno elencato nell’occasione quali siano alcune delle maggiori criticità di oggi nel mondo del lavoro portuale. “La crescita delle dimensioni delle navi comporta dei picchi di lavoro (soprattutto dal venerdì alla domenica a Livorno) che mettono a dura prova la forza lavoro. In quei giorni l’offerta di lavoratori risulta talvolta insufficiente e la spinta verso la produttività è massima” sono state le parole di Raugei, che non a caso ha richiamato anche il tema del necessario ricambio generazionale.

Picchi elevati di lavoro concentrati in alcuni giorni significa flessioni altrettanto accentuate nel resto della settimana: “Chi le paga quelle flessioni d’attività?” ha domandato De Filicaia, che a proposito di formazione in vista di macchinari sempre più automatizzati ha posto anche l’attenzione sul grado di scolarità di molti lavoratori e sull’urgenza di avviare per tempo percorsi di formazione. “La transizione scoiale chi la governa?” ha aggiunto.

Fra i relatori che hanno preso parte alla discussione c’era anche Federico Barbera, presidente dell’associazione dei terminal operator Fise Uniport, protagonista di un intervento particolarmente accalorato: “Prima di tutto dovremmo chiederci quale modello portuale vogliamo: quello di Livorno? Ben venga. Quello di Genova? Meno bene ma comunque possiamo discuterne. In Italia ogni scalo ha un modello di organizzazione del lavoro differente a seconda degli interessi”. Barbera ha poi affermato che “il luogo dove poterci confrontare su questi temi dev’essere il tavolo per il contratto nazionale di lavoro dove siedono le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori”.

A proposito dei picchi e degli avviamenti al lavoro per i portuali il presidente di Fise Uniport ha lanciato un messaggio chiaro: “Le imprese devono capire che è normale pagare di più per il lavoro interinale. E sarebbe anche morale. Bisogna disegnare un nuovo modello locale o nazionale”.

Durante il convegno ha attirato l’attenzione un commento di Mario Sommariva, presidente dell’AdSP del Mar Ligure Orientale, sulle ragioni per cui l’emendamento al decreto Sostegni-bis che prevedeva il prolungamento delle misure di sostegno ai lavoratori portuali sia stato bocciato dalla Ragionerie generale dello Stato. “Secondo me ci sono dei pregiudizi da parte del Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze, ndr) nei confronti del lavoro portuale” è il parere di Sommariva che ha poi esplicitato alcuni esempi di questi sospetti pregiudizi: “Qualcuno è convinto che nelle Autorità portuali siano in troppi a lavorare e guadagnino troppo. Lo stesso tema della tassazione dei porti dimostra che secondo alcuni le entrate derivanti dai canoni concessori sono attività d’impresa e ancora c’è chi ha una conoscenza vecchia di ciò che è il lavoro portuale. Vedo che verso altre categorie professionali i pregiudizi che c’erano sono caduti e sono stati concessi aiuti senza particolari difficoltà mentre rilevo ancora una scarsa percezione all’interno del Mef verso l’importanza dell’attività portuale”.

Nicola Capuzzo

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