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Confermato il carcere per l’armatore che aveva demolito tre navi in un cantiere Pakistano sub-standard

Non è un’esimente l’aver ceduto l’unità a un intermediario poichè il venditore sapeva che l’acquirente avrebbe rottamato la nave in Asia in violazione delle norme nazionali ed europee sui rifiuti

di Redazione SHIPPING ITALY
24 Marzo 2022
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Demolizioni navali

La Gulating Lagmannsrett, una corte d’appello della città norvegese di Bergen, ha confermato la condanna al carcere per l’armatore norvegese Georg Eide per aver aiutato e favorito il tentativo di esportare la nave Tide Carrier, alias Eide Carrier e Harrier, in Pakistan per la rottamazione.

Già nel novembre 2020, il tribunale distrettuale di Sunnhordland, in Norvegia, aveva condannato Eide a sei mesi di reclusione senza condizionale per aver assistito il commerciante di rottami Wirana nel tentativo di esportare illegalmente la Tide Carrier alla spiaggia di rottamazione di Gadani. La Corte aveva anche ordinato la confisca dell’illecito profitto pari a 2 milioni di corone norvegesi a carico della Eide Marine Eidendom AS.

Ora, quasi un anno e mezzo dopo, Eide, che aveva deciso di appellare contro il primo verdetto, vede confermata la sua condanna al carcere. Come riportato da ShippingWatch, la Corte ha concluso, in linea con l’Autorità Nazionale per l’Investigazione e la Persecuzione del Crimine Economico e Ambientale (Økokrim), che l’armatore era a conoscenza che l’acquirente della Tide Carrier aveva intenzione di rottamare la nave in Asia meridionale, in violazione delle norme nazionali ed europee sui rifiuti. Secondo la Corte d’appello l’aver venduto la nave a un intermediario e non direttamente a un cantiere navale non esime l’armatore dall’essere ritenuto responsabile di aver commesso un reato ambientale.

“I movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi sono strettamente regolati dalle leggi norvegesi, europee e internazionali. Il commercio illegale di navi tossiche a fine vita è sempre più oggetto di indagini da parte delle autorità di applicazione in diversi Stati membri dell’UE, che hanno l’obbligo di prevenire l’esportazione di rifiuti pericolosi verso paesi non Ocse” ha spiegato una nota della Ong Shipbreaking Platform, che ha diffuso la notizia.

“Sostenendo i principi e le regole stabilite dalla Convenzione di Basilea e dalla legislazione europea sui rifiuti, Shipbreaking Platform si aspetta che più armatori e intermediari siano ritenuti responsabili dello sfruttamento delle comunità vulnerabili e dell’ambiente sulle spiagge di rottamazione delle navi in India, Pakistan e Bangladesh, e chiede all’industria navale di condurre una due diligence sui diritti umani nella gestione della loro flotta a fine vita”.

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