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Terminalisti portuali uniti contro l’inflazione dei canoni

Gli indici crescono a due cifre e l’aggiustamento automatico non piace più: Assiterminal, Assologistica e Fise Uniport scrivono a Rixi per scongiurare un rincaro di oltre il 25%

di Redazione SHIPPING ITALY
20 Dicembre 2022
Stampa
Terminal Darsena Toscana in Leghorn NC (2)

Come anticipato da SHIPPING ITALY, il Governo sembrerebbe aver già raccolto l’invito ma, nell’incertezza che avvolge l’iter della Legge di Stabilità, meglio abbondare.

È questo il motivo per cui le sigle che rappresentano i terminalisti portuali, di norma piuttosto litigiose, hanno fatto fattor comune e sottoscritto una lettera congiunta indirizzata a Edoardo Rixi, vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti con delega ai porti. L’oggetto è l’annuale aggiornamento dei canoni demaniali all’inflazione, che di norma viene definito in questo periodo attraverso una circolare ministeriale. Quest’anno ancora la circolare non c’è, dicono le associazioni, ma gli aumenti prospettati loro sarebbero superiori al 25%, con conseguenze nefaste, complice la congiuntura sfavorevole secondo i terminalisti. Tanto da non chiedere un ridimensionamento, ma la disapplicazione tout court dell’aggiornamento (orientamento peraltro accolto, come raccontato da questa testata, dai parlamentari di maggioranza), con la motivazione che tale misura non avrebbe “alcun impatto sul bilancio dello Stato atteso che i canoni delle concessioni demaniali costituiscono ex lege entrate proprie delle AdSP”. Che però sono insufficienti alla copertura delle esigenze infrastrutturali e bisognose quindi dell’apporto di fondi europei, statali, regionali e quant’altro.

In attesa che il Ministero emani la temuta circolare, occorre osservare che la percentuale prevista non appare assurda. Gli aggiornamenti dei canoni (peraltro parametrati sui criteri patrimoniali del 1989 e mai adeguati allo spirito imprenditoriale della riforma del 1994) sono infatti ex lege (DL 400/1993) calcolati “sulla base della media degli indici determinati dall’Istat per i prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati e per i corrispondenti valori per il mercato all’ingrosso” (quest’ultimo oggi divenuto indice dei prezzi alla produzione dell’industria e delle costruzioni.

Le ultime rilevazioni disponibili sono rispettivamente del 12,6% e del 41,7%, da cui la media sarebbe anche superiore al 25%. Ma già l’anno scorso il Mit graziò i terminalisti con un’applicazione non pedissequa (7,95%) della media fra i due indici (che erano, causa postpandemia e massicce iniezioni di spesa pubblica, saliti sopra al a 4% e 21%), senza peraltro spiegare nella relativa circolare le modalità di calcolo. Senza dimenticare che il tema della rigidità di tale (presunto) automatismo viene ritenuto emergenziale oggi che l’inflazione galoppa, mentre quando, come negli ultimi anni, gli aggiustamenti erano minimali o addirittura negativi, nessuno si sognava di eccepire (anche se va riconosciuto che un anno fa i terminalisti, inascoltati dal Ministero, il problema cominciavano a sollevarlo).

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