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La Svizzera vuole allargare la flotta marittima di bandiera

La Confederazione rimuoverà i vincoli di nazionalità di owner, beneficial owner e gestori e introdurrà un sistema di tassazione forfettario dei redditi armatoriali

di REDAZIONE SHIPPING ITALY
11 Ottobre 2024
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Con 13 navi rimaste a battere lo scudo rossocrociato, la Federazione elvetica è giunta alla conclusione che è il momento di allentare i requisiti per l’iscrizione di tonnellaggio sotto bandiera svizzera.

Lo ha reso noto nei giorni scorsi il Ministero dei trasporti di Berna: “Per facilitare l’immatricolazione di navi e yacht, i requisiti di registrazione saranno allentati e adattati alle disposizioni del Codice delle obbligazioni svizzero solitamente applicabili alle società. Ciò riguarda in particolare i requisiti esistenti relativi alla nazionalità dei proprietari, dei beneficiari effettivi e di amministratori e gestori. Inoltre, le società di navigazione, come altre società, potranno essere finanziate in maggioranza con debito senza condizioni sottostanti”.

Annunciate inoltre l’introduzione di un sistema fiscale forfettario (come è ad esempio la tonnage tax italiana) per i redditi armatoriali e novità in materia di yacht: “Le persone giuridiche potranno ora registrare anche imbarcazioni non commerciali con il proprio nome nello Swiss Yacht Register. In precedenza, questa possibilità era riservata esclusivamente a individui e associazioni. Inoltre in futuro un certificato di registrazione della bandiera sarà valido per cinque anni anziché per gli attuali tre”.

Il tema è stato al centro di una delle sessioni del convegno “Un mare di Svizzera” tenutosi a Lugano, durante il quale Adriano Sala, presidente della sezione ticinese dell’associazione Astag e avvocato, ha evidenziato “come questo improvviso processo di deregolamentazione della Marina mercantile svizzera sia stato deciso in un momento in cui i venti di guerra che soffiano sul Mar Nero o sul Medio Oriente incombono anche sulle catene logistiche di approvvigionamento della Confederazione”.

“Solo il 10% delle 87 navi attaccate dagli Houthi in questi mesi era riconducibile a bandiere-Stato ovvero a bandiere che hanno effettivamente alle spalle uno Stato in grado di difenderle anche attraverso l’utilizzo delle Marine militari; per il resto si tratta solo di navi battenti bandiera di convenienza” aveva prima sottolineato un altro avvocato, ma genovese, Lawrence Dardani discutendo delle motivazioni che spingono gli armatori a scegliere il registro di immatricolazione delle loro navi: “Certezza del diritto per quanto riguarda finanziamenti e ipoteche, snellezza ed efficienza nelle procedure burocratiche e – come detto – protezione delle navi anche in aree a rischio geopolitico, sembrano essere diventati tra i fattori chiave per la scelta del registro di immatricolazione”.

Lo ha confermato anche Ignazio Messina, Ceo dell’omonima compagnia di navigazione, che da un lato, ha ribadito la volontà di mantenere le navi sotto bandiera italiana; dall’altro non ha fatto mistero delle difficoltà nascenti da procedure e tempi della burocrazia “non comparabili e non competitivi” anche rispetto ad altre bandiere comunitarie: che la soluzione possa diventare il vessillo rossocrociato?

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