Morandi sul Molo Clementino di Ancona: “Basta pareri improvvisati”
Il patron dell’omonimo gruppo interviene (a favore) nel dibattito sulla nuova opera per le crociere ad Ancona, che, al vaglio del Mase, ha scatenato frizioni fra Comune e Msc

La chiusura dei termini per la presentazione di osservazioni nella procedura avviata in autunno al Ministero dell’ambiente ha scatenato il dibattito, ad Ancona, sulla realizzazione del Molo Clementino, progetto pensato per l’espansione dei traffici crocieristici. Soprattutto dopo che il Comune ha reso nota l’espressione di un parere negativo, accompagnato dalla contrarietà verbalizzata una volta di più dal sindaco Daniele Silvetti, cui è seguito un acceso ‘scambio’ con Msc Crociere, sponsor (ma non unica sostenitrice) del progetto, che avrebbe minacciato di portare altrove le proprie navi in caso di mancata realizzazione. Sul tema riceviamo e pubblichiamo un contributo di Andrea Morandi.
Contributo a cura di Andrea Morandi *
* amministratore delegato Morandi Group
Sul Molo Clementino si sta consumando un dibattito acceso. Ed è giusto che sia così: parliamo del futuro del porto e della città. Ma proprio per questo, serve riportare la discussione su un piano serio.
Oggi il progetto delle crociere divide l’opinione pubblica: comitati, prese di posizione politiche e proteste ne sono la dimostrazione. È legittimo. Meno legittimo è quando il confronto scivola nella confusione o nella semplificazione. Partiamo da un dato storico: Ancona è un porto da sempre. Non un porto turistico, ma un porto vero, fatto di traffici, navi, lavoro e scambi. Il Molo Clementino stesso nasce per ampliare la capacità portuale della città e rispondere alle esigenze del suo tempo. Pensare oggi a un porto “senza navi” significa semplicemente immaginare qualcosa che Ancona non è mai stata.
Secondo punto: il progetto va letto per quello che è, non per quello che qualcuno racconta. Non stiamo parlando di mettere le navi davanti all’Arco di Traiano o Clementino, ma di intervenire su una banchina esterna, lato operativo e industriale del porto, che in verità non si chiama neanche molo Clementino. In un contesto dove già oggi si costruiscono e transitano navi di dimensioni analoghe. La domanda è semplice: cosa cambia davvero?
Terzo: le crociere non sono un’anomalia, ma una componente della trasformazione dei porti europei. Il traffico esiste già e continuerà ad esistere. La vera scelta non è se fermarlo – cosa impossibile – ma se Ancona vuole intercettarlo o lasciarlo ad altri porti concorrenti.
Quarto: il tema ambientale va affrontato con serietà, non con slogan. Le criticità esistono, ma esiste anche una transizione già in atto: elettrificazione delle banchine, carburanti più puliti, normative sempre più stringenti. Gli stessi investimenti previsti servono anche a ridurre l’impatto complessivo del porto. Dire no a priori non migliora l’ambiente, impedisce di governare il cambiamento.
Quinto: attenzione al tema economico. Ridurre tutto a un semplice confronto tra costi e canoni significa non cogliere il quadro reale. Il valore di un porto non è solo diretto, ma indiretto: lavoro, servizi, indotto, attrattività. Le crociere sono una leva, non un fine. Sta al territorio trasformarle in opportunità.
Infine, serve un richiamo alla responsabilità. Su questi temi non bastano opinioni improvvisate. Servono competenze, conoscenza delle regole e rispetto per le istituzioni che hanno il compito di valutare tecnicamente i progetti. Continuare a trasformare tutto in uno scontro ideologico non aiuta la città. Ancona ha davanti a sé una scelta: restare ferma, divisa e ripiegata su sé stessa, oppure governare il cambiamento con equilibrio e visione.
Il porto è sempre stato il motore della città. Il punto non è fermarlo. Il punto è guidarlo.
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