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Duci sulla tassazione delle AdSP: “Più che al modello, attenzione al cambio di struttura giuridica”

Gian Enzo Duci, vicepresidente di Conftrasporto e ormai ex-presidente di Federagenti, interviene sul tema dell’esenzione fiscale sulle attività d’impresa svolta delle Autorità di Sistema Portuale che l’Europa chiede di modificare sostenendo come sia in atto un equivoco di priorità. Più che criticità di carattere finanziario, questa mutazione rischia di stravolgere in particolare il modello e […]

di Nicola Capuzzo
14 Dicembre 2020
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Gian Enzo Duci, vicepresidente di Conftrasporto e ormai ex-presidente di Federagenti, interviene sul tema dell’esenzione fiscale sulle attività d’impresa svolta delle Autorità di Sistema Portuale che l’Europa chiede di modificare sostenendo come sia in atto un equivoco di priorità. Più che criticità di carattere finanziario, questa mutazione rischia di stravolgere in particolare il modello e la giurisdizione dell’attività economica svolta dalle port authority. Attività che dovrà essere individuata con cura ma in fretta.

“I tempi della negoziazione l’Unione Europea ce li ha dati ma ce li siamo giocati. Stiamo parlando di anni durante i quali l’Unione Europea ci ha detto che andava cambiato qualcosa nelle modalità di tassazione delle nostre Autorità portuali. Il punto è che adesso l’Italia deve perimetrare in maniera chiara che cosa è attività d’impresa rispetto a quello che fanno le Autorità di Sistema Portuale” spiega Duci a SHIPPING ITALY.

Che poi aggiunge: “Ho la sensazione che ci sia un equivoco di fondo perché, se andiamo a vedere quali sono le attività che potrebbero essere soggette a tassazione, tirando una riga, probabilmente stiamo parlando di un quantitativo di denari che dovrebbero essere pagati dall’Autorità di sistema portuale all’erario italiano (quindi rimanendo nelle casse sempre dello Stato) estremamente modesto”. Il tema vero, secondo il vicepresidente di Conftrasporto, è invece che “questa modifica cambia la struttura giuridica complessiva a cui queste azioni sono soggette in termini di controllo e anche di tribunali competenti. Perché diverso è se su una concessione deve intervenire un tribunale amministrativo, oppure se una concessione in un porto è un’attività d’impresa e quindi soggetta a un tribunale ordinario che sarebbe chiamato a giudicare su determinate azioni. Credo che la questione di fondo sia proprio questa”.

Quindi non è in discussione il fondamento del soggetto italiano ente pubblico che amministra i porti, “ma viene minata la possibilità che una parte dell’attività svolta dalle AdSP, e che oggi è considerata nell’ambito di una gestione amministrativa di un bene pubblico, non venga riconfigurata come attività d’impresa in senso stretto, e quindi soggetta a nuove regole. Questo rischia di essere dirompente per il sistema italiano, lo è e lo sarà”. Duci completa il ragionamento dicendo: “È chiaro che ora dobbiamo cercare di muoverci in maniera veloce per evitare che, a fronte di un’assenza di iniziativa dell’Italia, non venga configurata come attività d’impresa anche cose che attività d’impresa non sono”.

In tutto questo servirebbe anche portare a compimento il Regolamento sulle concessioni portuali atteso dal 1994. “L’Italia deve rispondere – conclude Duci – in maniera coerente alla domanda che arriva dall’Europa e definire quale è l’attività economica delle Autorità di sistema portuali e quali sono i costi e ricavi relativi. Avere il regolamento nazionale sulle concessioni, che manca da quando è stata emanata la legge sui porti nel 1994, consentirebbe di avere un quadro più semplice perché identificherebbe quali sono le modalità con cui deve essere calcolato il canone di concessione e quindi le entrate, i ricavi e i costi in modo chiaro”.

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