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Ribaltamento a mare di Fincantieri a Sestri: stop ai lavori di Adsp Genova

Non ottemperate le prescrizioni ambientali del primo step dell’opera. I tecnici di Arpal, Regione, Comune rilevano scarsa attenzione sul rischio amianto e carenze progettuali e documentali

di Andrea Moizo
21 Giugno 2022
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Ribaltamento planimetria

Risposte generiche, relazioni insoddisfacenti, documentazione mancante: la prima verifica dell’ottemperanza alle condizioni ambientali stabilite dal Ministero della Transizione Ecologica per l’assegnazione del parere positivo alla Valutazione di Impatto Ambientale del progetto di ribaltamento a mare dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente è stata tutt’altro che positiva per l’Autorità di Sistema Portuale di Genova, stazione appaltante della Fase 2 (da 370 milioni di euro; la Fase 1 da 155 è un appalto diverso, in capo al Comune).

Arrivato l’ok condizionato a fine gennaio, il consorzio aggiudicatario (sub judice) del secondo (per importo, lievitato) appalto del programma straordinario delle opere portuali dell’Adsp aveva avviato l’approntamento dei cantieri. Ma all’avvio della prima vera e propria operazione è arrivato lo stop da parte della Commissione di Via del Mite.

La verifica riguardava uno stralcio minimo del progetto, un lavoro da due mesi su cinque anni di lavori: la realizzazione del cunicolo sotterraneo di 200 metri necessario, durante i lavori di realizzazione del nuovo maxibacino, a far passare i cavi indispensabili per l’alimentazione elettrica degli altri bacini di carenaggio, in modo da renderli utilizzabili da Fincantieri durante il quinquennio. Data la portata relativa di questa “prima opera propedeutica” (così la Commissione), le condizioni ambientali da sottoporre a verifica erano solo 3 sulle 8 complessivamente prescritte. Ma tutte sono risultate non ottemperate.

La prima riguarda le prescrizioni impartite in tema di impatti delle emissioni (derivanti da utilizzo di mezzi a motore e da attività di scavo) e dei rumori. Secondo Arpal – responsabile della verifica – “le risposte fornite (dal proponente, cioè Adsp, ndr) sono del tutto generiche e prive di sostanziali nuove informazioni”. Il rilievo è dettagliatamente declinato e riguarda vari aspetti. Ad esempio Adsp “individua come principale fattore di rischio la presenza di amianto nel materiale scavato” e, per farvi fronte, “prevede di mantenere il materiale sempre umido mediante cannoni nebulizzatori e di coprire i cumuli di materiale scavato con teli impermeabili in pvc, nonché di effettuare il trasporto con mezzi telonati”.

Ma “le indagini integrative di caratterizzazione sono al momento in corso” e “nel caso venisse confermata la presenza di rocce o terreni amiantiferi, si procederà a contattare i tecnici Asl per verificare l’opportunità di eseguire misure aggiuntive di monitoraggio a tutela dei lavoratori”. Che quindi in un primo momento potrebbero essere esposti a “dispersione di fibre in atmosfera”. Anche per altri aspetti, la relazione relativa a questa condizione “contiene un generico riferimento alle buone pratiche di cantiere ma non indicazioni specifiche sulle misure di mitigazione adottate”.

La seconda condizione riguarda le modalità di ripristino dei terreni occupati, l’identificazione delle aree di deposito temporaneo dei materiali, la valutazione degli effetti cumulativi con altri interventi eseguiti nelle aree di cantiere, la predisposizione di modelli di valutazione di questi effetti atti a stabilire delle soglie. In questo caso è stata la Regione a ritenere “parziale e incompleta” la relazione di ottemperanza, che “non soddisfa la richiesta di valutazione degli impatti cumulativi, non fornisce un modello per la definizione dell’entità di tali impatti né la relativa soglia di incidenza”.

La terza bacchettata arriva da Comune e Regione e riguarda “la scelta progettuale di non verificare le possibilità di riutilizzo degli ingenti volumi di terre e rocce che saranno prodotte dagli scavi, come pure di destinare a discarica la maggior parte dei materiali derivanti dai dragaggi e dalle demolizioni”. Una scelta che renderebbe “necessario individuare idonei interventi di riqualificazione e rispristino ambientale di altri siti degradati o dismessi presso l’area portuale, da concordarsi con il Comune, a parziale compensazione”.

Invece anche in questo caso il verdetto non può che essere di non ottemperanza per carenza documentale, dato che “l’assunzione secondo cui verrebbe meno la necessità di interventi di compensazione, vista la previsione di incrementare significativamente il tasso di riutilizzo del materiale scavato, è irricevibile e comunque non percorribile per le terre e rocce da scavo, in quanto il Proponente in sede di Via non ha presentato il Piano di Utilizzo” previsto dalla legge.

Il verdetto negativo riporta la lancetta indietro di oltre due mesi, dato che l’istruttoria di ottemperanza era stata avviata da Adsp – che sulla questione non ha rilasciato commenti – il 14 aprile scorso e che ora – sancisce il Mite – “ai fini della verifica di ottemperanza alla condizione ambientale in argomento, il proponente dovrà presentare una nuova istanza per l’avvio della verifica”.

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