“Il vero fattore competitivo dei porti nel 2026 sarà la continuità operativa”
Per chi opera nella filiera siderurgica e logistica, l’entrata in vigore del regime definitivo del CBAM e il perdurare dei dazi di salvaguardia sull’acciaio introducono nuovi elementi di incertezza

Contributo a cura di Luca Menoncello*
* direttore generale Valente Spa
Il 2026 si apre per i porti italiani come un anno di consolidamento e, al tempo stesso, di scelte decisive. Dopo una fase segnata da forti tensioni geopolitiche e da una profonda instabilità delle rotte marittime, il sistema portuale nazionale ha dimostrato notevole capacità di tenuta. Nel 2024 il traffico container ha raggiunto 11,7 milioni di Teu e il Mediterraneo ha confermato la propria centralità negli scambi globali.
Questa crescita, tuttavia, non è uniforme né scontata. Alcuni scali – in particolare Genova, La Spezia e Ravenna – continuano a svolgere un ruolo determinante per l’export manifatturiero italiano, mentre altri, come Marghera, Monfalcone, Trieste e Salerno, stanno rafforzando la propria funzione di piattaforme intermodali a servizio dell’Europa centrale. Questi progetti richiedono soluzioni integrate: rotaie, clips, canaline porta cavi, bitte, parabordi, studio della viabilità interna. Da questo boom nascono richieste precise: rinnovo delle banchine, adeguamento a gru STS di ultima generazione, infrastrutture affidabili per evitare fermi macchina. Il traffico marittimo diventa sempre più selettivo: le compagnie cercano efficienza operativa, rapidità nelle operazioni di sbarco e inoltro verso l’hinterland. In questo contesto, la qualità delle connessioni terrestri e la capacità di gestire flussi complessi diventano elementi discriminanti nella scelta degli scali.
Dal nostro osservatorio privilegiato, che unisce la fornitura di infrastrutture portuali alla gestione diretta di flussi di import-export di acciaio, emerge con chiarezza che il vero fattore competitivo dei porti nel 2026 non sarà tanto la capacità nominale, quanto la continuità operativa. Gru di ultima generazione, con carichi e dimensioni crescenti, richiedono banchine adeguate, vie di corsa progettate su misura e sistemi di fissaggio affidabili. Un’usura non monitorata o una posa non corretta possono tradursi in fermi macchina che incidono pesantemente sul bilancio di un terminal, soprattutto in una fase in cui le finestre operative sono sempre più ristrette.
Per questo la manutenzione sta diventando il nodo centrale della gestione portuale. Non più solo interventi correttivi, ma piani strutturati che integrano materiali idonei all’ambiente marino, soluzioni anticorrosione e strumenti di monitoraggio basati su analisi dati e intelligenza artificiale. Anticipare un guasto oggi significa proteggere la competitività domani, riducendo i costi complessivi di esercizio e aumentando l’affidabilità del servizio offerto agli operatori logistici.
Accanto alla dimensione infrastrutturale, il 2026 porta con sé una sfida altrettanto rilevante sul piano regolatorio. Per chi opera nella filiera siderurgica e logistica, l’entrata in vigore del regime definitivo del CBAM e il perdurare dei dazi di salvaguardia sull’acciaio introducono nuovi elementi di incertezza. Il principio della decarbonizzazione è condivisibile e necessario, ma la mancanza di chiarezza sulle aliquote effettive, sui contingenti disponibili e sulla possibilità di valorizzare le imposte sul carbonio già pagate nei paesi di origine rende complessa la programmazione degli investimenti.
Per molte imprese di medie dimensioni questo scenario si traduce in un rallentamento delle decisioni di acquisto e in una maggiore prudenza nella gestione degli approvvigionamenti. Il rischio è che l’instabilità normativa finisca per riflettersi anche sui cantieri portuali, ritardando interventi di rinnovo e ammodernamento che sarebbero invece indispensabili per sostenere la crescita dei traffici.
Il futuro dei porti italiani nel 2026 si gioca quindi su un equilibrio delicato. Da un lato, infrastrutture solide, progettate per durare e supportate da una manutenzione evoluta; dall’altro, un quadro regolatorio più stabile e prevedibile, che consenta agli operatori di pianificare con fiducia. Solo integrando questi due aspetti sarà possibile garantire continuità alle catene logistiche, attrarre nuovi traffici e accompagnare il sistema portuale italiano nella transizione verso un modello più sostenibile e competitivo.
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