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Anche la ex-Gnv Antares fra i motivi della richiesta rimozione dei demolitori turchi dall’elenco Ue

Diverse organizzaizoni della società civile turca, supportate da Ngo Shipbreaking Platform, stigmatizzano i livelli critici di inquinamento e dei danni ambientali causati da queste attività nell’area

di REDAZIONE SUPPLY CHAIN ITALY
21 Marzo 2026
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Aliaga shipyards 1

Diverse organizzazioni della società civile turca, supportate anche dalla Ong Shipbreaking Platform, sono tornate nuovamente a chiedere la rimozione dei cantieri di demolizione di Aliaga dall’elenco Ue delle strutture autorizzate al riciclo delle navi, per via dei livelli critici di inquinamento e dei danni ambientali causati da queste attività nell’area, almeno fino alla implementazione di “miglioramenti significativi”.

Ad oggi la lista Ue comprende 10 impianti situati in Turchia; uno era stato rimosso a fine febbraio per avere messo in atto pratiche non conformi, non avendo ad esempio, secondo la Commissione, adottato misure sufficienti per raccogliere e contenere i rifiuti generati durante il processo di riciclaggio al fine di impedirne la dispersione in mare e nell’ambiente circostante.

A supporto della propria richiesta le associazioni hanno citato ora anche alcuni incidenti occorsi nei primi mesi del 2026 ad alcune unità ‘ospiti’ delle strutture turche, tra cui uno accaduto lo scorso 8 gennaio alla Gnv Antares.

Secondo la ricostruzione della Ong, il traghetto, che all’epoca si trovava nel cantiere Leya (incluso nella lista Ue) per lo smantellamento, era entrato in collisione con una piattaforma petrolifera che si trovava nell’adiacente cantiere Metas, causando “gravi danni e allagamenti nella parte posteriore, inclusa la sala macchine”. Successivamente, i residui di petrolio, “probabilmente mescolati con altri inquinanti”, erano stati “continuamente e deliberatamente” scaricati in mare tramite tubature. La torre della stessa piattaforma, il seguente 28 gennaio, era stata infine abbattuta e lasciata cadere direttamente in acqua durante le operazioni di demolizione della unità.

In seguito, ovvero il 20 febbraio, un altro “grave incidente” era occorso alla nave Lily Ha presso il cantiere Avşar, incluso nell’elenco dell’Ue, dalla quale sarebbero state “scaricate direttamente in mare sostanze liquide non identificate”. La struttura ha evidenziato che il liquido in questione era un “detergente biologico utilizzato per rimediare all’inquinamento originato al di fuori del loro cantiere”. Secondo Shipbreaking Platform non è però disponibile alcun rapporto sull’incidente.

In un incontro che si è tenuto il 24 febbraio con alcuni membri Dg Envi della Commissione europea, i rappresentanti delle associazioni Izmir Medical Chamber, Istanbul Health and Safety Watch, Aegean Environment and Culture Platform, Izmir Living Spaces, Foça Environmental Platform, Turkish Medical Association, Foça Platform Against the Plundering of History and Nature, İzmir Chambers of Environmental Engineers, insieme a quelli di Ngo Shipbreaking Platform, hanno sottolineato, spiegano, il tema della “grave degradazione ambientale causata dalle attività di demolizione navale ad Aliağa”, evidenziando inoltre “procedimenti legali relativi a problemi sistemici nel settore”. Tra questi vi sarebbe il fatto che gli stabilimenti turchi sono oggetto di esenzione da una valutazione di impatto ambientale, obbligatoria invece per i cantieri situati nella Ue, esenzione ora al vaglio della Corte costituzionale turca.

La richiesta di rimozione degli impianti di demolizione turchi dalla lista Ue era già stata avanzata lo scorso novembre da una coalizione di Ong turche, avvocati, sindacati e consigli comunali, con il supporto di Ngo Shipbreaking Platform, in una lettera aperta indirizzata alla Commissione Europea.
La missiva evidenziava diverse presunte violazioni tra cui rischi per l’ambiente e la salute pubblica legati a esenzioni normative, lacune nell’applicazione della legge, scarico illegale di rifiuti e contaminazione da metalli pesanti.  Secondo i firmatari, le autorizzazioni vigenti legittimano di fatto pratiche che non sarebbero consentite in nessuno Stato Ue, creando un pericoloso doppio standard.

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