Blue economy italiana fanalino di coda in Europa per appeal secondo gli investitori
Lo dice un report appena pubblicato dalla Commissione Europea. A pesare incertezze economiche, investimenti di lungo termine, ostacoli burocratici, rischi geopolitici e disruption tecnologica

Quando si parla in Italia di economia marittima e di finanza ci sono due bicchieri da vedere: uno mezzo pieno e l’altro mezzo vuoto. Quello mezzo vuoto si trova a Bruxelles, dove la Commissione Europea ha da pochi giorni pubblicato un report (curato da Pwc e intitolato “The next wave of blue growth”) dal quale emerge che l’Italia è fanalino di cosa (insieme all’Irlanda) a livello continentale in termini di appeal da parte degli investitori finanziari. Francia e Olanda sono di gran lunga i Paesi più attrattivi per chi deve investire in progetti legati alla blue economy, seguiti a distanza da Spagna, Danimarca, Svezia, Portogallo, Germania, mentre Belgio, Finlandia, Italia e Irlanda chiudono la graduatoria. La spiegazione sta nelle opportunità da cogliere ma anche e soprattutto nei rischi da evitare (incertezze economiche, investimenti troppo di lungo termine, rischi specifici di alcuni settori, ostacoli burocratici, rischi geopolitici e disruption tecnologica).
Pur analizzando l’ampio mondo dell’economia marittima, il rapporto in questione dedica particolare attenzione al comparto ‘Shipping e porti’ sottolineando le molteplici opportunità d’investimenti nei settori della transizione: in particolare nella fornitura dell’energia elettrica da terra in banchina, nella produzione e approvvigionamento di carburanti green alternativi (metanolo, ammoniaca, idrogeno e altri biofuel).
Il tema è stato richiamato nel corso dell’evento Blue Capital Forum andato in scena a Milano e durante il quale Fabrizio Vettosi, vertice di Vsl Club, a proposito del bicchiere mezzo pieno ha richiamato il fatto che in Italia, per la prima volta, la navalmeccanica è apparsa nel Piano 2026-2030 di Fondo Italiano d’Investimento. Come rivelato da SHIPPING ITALY lo scorso 7 aprile il business delle costruzioni e riparazioni navali risulta infatti inserito fra i settori da sostenere al fine di creare campioni industriali, ridurre la frammentazione delle filiere, rafforzarne la resilienza economica e favorire al tempo stesso la diffusione di occupazione qualificata.
N.C.
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