L’Adsp del Mare di Sicilia occidentale vince una battaglia burocratica e di principio
L’accesso ai fondi Pnrr per la formazione non è più precluso agli enti con contratti privatistici: un precedente che farà scuola nel panorama nazionale
L’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia occidentale ha annunciato di avere raggiunto un traguardo che la pone come apripista a livello nazionale. L’ente è riuscito a scardinare un’interpretazione restrittiva che, di fatto, rischiava di isolare il comparto portuale dai percorsi di aggiornamento della Pubblica Amministrazione previsti dal Pnrr.
Il nodo del contendere riguardava la natura delle Adsp: pur essendo enti pubblici non economici di rilevanza nazionale, i loro dipendenti sono regolati da contratti di lavoro privatistici. Proprio a causa di questa “natura ibrida”, l’Adsp era stata inizialmente esclusa dai finanziamenti gestiti da Formez per conto del Ministero del Lavoro e della Funzione Pubblica. Il principio applicato era il seguente: se il contratto è privato, la formazione pubblica non spetta. Un paradosso normativo che rischiava di penalizzare migliaia di professionisti che operano per lo Stato, ma con strumenti contrattuali diversi da quelli ministeriali.
L’Adsp del Mare di Sicilia occidentale, guidata da Annalisa Tardino, ha affrontato un iter complesso per superare questo orientamento, dimostrando infine la legittimità della propria azione. Una battaglia vinta che ha portato oltre che all’ammissione al finanziamento, anche all’affermazione di un principio destinato a fare scuola per tutte le altre Autorità di sistema portuale italiane.
“Ottenere questo finanziamento – ha affermato la presidente Tardino – significa avviare un importante percorso di rafforzamento delle competenze interne e, al contempo, creare un precedente significativo. Siamo la prima AdSP ad accedere a questa opportunità: un risultato che rappresenta una leva concreta per sostenere la crescita della blue economy e generare valore pubblico. Ma è anche un passo avanti sul piano dell’equità, perché consente di non lasciare ingiustamente esclusa una parte importante dei dipendenti della PA italiana”.
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