Golfo Persico: resta critica la situazione per cinquanta marittimi italiani bloccati
Il racconto di un comandante italiano rimpatriato: le insidie della navigazione a vista nello Stretto e il rischio isolamento per la flotta commerciale in assenza di corridoi sicuri

Lo scenario nello stretto di Hormuz, a distanza di un mese dall’inizio del conflitto, resta critico per il settore dello shipping internazionale e, soprattutto, per gli equipaggi ancora bloccati nell’area. Secondo le stime di Confitarma, sarebbero circa cinquanta i lavoratori italiani ancora impossibilitati a lasciare le proprie unità nel Golfo Persico, mentre un centinaio di connazionali è riuscito a rientrare nel Paese nelle ultime due settimane attraverso operazioni di evacuazione isolate o emergenze sanitarie.
Le condizioni del personale a bordo delle navi ferme non sono rassicuranti, come emerge dalla testimonianza del comandante Mirko Gitto riportata da ilpost.it. Gitto, recentemente rimpatriato dopo essere stato soccorso dalla guardia costiera qatariota a seguito di un malore, ha descritto una situazione di estrema tensione. Unico italiano in un equipaggio di otto persone, il comandante ha riferito che il personale — marinai, ufficiali e tecnici — è costretto a una permanenza prolungata sotto coperta per evitare l’esposizione al rischio dei costanti attacchi con droni e missili, i cui detriti rappresentano una minaccia anche in caso di intercettazione. Oltre allo stress psicologico causato dallo stato di allerta permanente, iniziano a manifestarsi criticità logistiche nell’approvvigionamento di viveri e acqua potabile. Le navi di grandi dimensioni, come le portacontainer e le unità gasiere, incontrano infatti forti resistenze nell’accedere ai porti della regione, attualmente congestionati e sottoposti a rigidi protocolli di sicurezza.
La navigazione, inoltre, è resa estremamente pericolosa dalla frequente manomissione dei segnali satellitari: le interferenze elettroniche rendono spesso inutilizzabili i sistemi Gps, costringendo i comandanti a manovre a vista in tratti di mare caratterizzati da bassi fondali e da un’altissima densità di unità alla fonda. Attualmente, ha detto Luca Sisto, direttore di Confitarma, l’unica nave battente bandiera italiana direttamente coinvolta nel blocco risulta essere la Grande Torino del Gruppo Grimaldi, localizzata al largo di Abu Dhabi, mentre altre unità di interesse nazionale sono monitorate costantemente dalla Marina Militare e dalla Guardia Costiera.
Nonostante la pressione delle associazioni di categoria e l’appello dell’International Maritime Organization per l’istituzione di corridoi umanitari marittimi, la situazione diplomatica resta complessa. Il governo italiano ha mantenuto finora un atteggiamento prudente, escludendo l’invio di scorte armate nello Stretto per evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto; una posizione che si confronta con le richieste di un intervento più deciso avanzate dall’amministrazione statunitense.
Sisto ha sottolineato come la persistenza di questo blocco rappresenti, oltre a un dramma umano per gli equipaggi, una minaccia per l’economia marittima nazionale. Con gli accessi al Mediterraneo sempre più instabili, l’unico passaggio considerato sicuro resta Gibilterra, la cui posizione favorisce però i porti del Nord Europa. Il rischio concreto, nel lungo periodo, secondo il direttore di Confitarma, è una marginalizzazione delle rotte commerciali tradizionali, con un conseguente e pesante aggravio dei costi logistici e dei noli che potrebbe gravare sull’intero sistema Paese.
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