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Logistica e lavoro: i pm di Milano chiedono “meccanismi premiali” per le imprese che si regolarizzano

Per Storari, titolare di varie indagini nella logistica, sono necessari anche strumenti per valutare la “persistenza della regolarizzazione” con controlli mirati

di Redazione SHIPPING ITALY
3 Aprile 2026
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Storari Viola Senato Commissione di inchiesta sulle condizioni di lavoro

Ben 62mila posizioni di lavoro regolarizzate, 1,072 miliardi di euro di Iva recuperata insieme a contributi Inps per 117.172.826 euro versati. Sono questi, ad oggi, i risultati dell’attività di contrasto allo sfruttamento del lavoro condotta da alcuni anni dalla Procura di Milano – non solo nella logistica, ma anche nella moda, nei servizi fiduciari e di delivery – e che sono stati presentati in una audizione alla Commissione di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia del Senato (visibile sul sito di Anmil) dal Procuratore della Repubblica del Tribunale di Milano Marcello Viola insieme al Pm Paolo Storari.

Una occasione durante la quale i magistrati hanno ricostruito l’impostazione tenuta durante i procedimenti – volta, ha evidenziato Storari, ad attivare con le imprese “un processo di carattere non sanzionatorio” – ma anche replicato ad alcune delle critiche che più sono state loro mosse, rispetto a un uso ‘creativo’ delle norme o al ruolo suppletivo rispetto a compiti che secondo alcuni sarebbero spettati ad altri soggetti.

A Storari è toccato in particolare il compito di illustrare come nel dettaglio si è concretizzata l’attività della Procura in alcuni settori e di avanzare alla Commissione alcuni desiderata.

Nel caso specifico della logistica, ha ricostruito, l’attività è spesso basata sull’impiego di cooperative che fungono da “meri serbatoi di personale” dove “vince chi fa il prezzo più basso” evadendo Iva e contributi. L’approccio classico nelle indagini, ha ricordato, era questo: “Vedi una larga evasione Iva o contributiva, fai fallire la cooperativa, bancarotta, richiesta di misura cautelare, se va bene tre mesi di arresti domiciliari [per l’amministratore, ndr]. Ma “il giorno dopo non cambia assolutamente niente”, anzi probabilmente a prendere il posto della impresa fallita arriverà “chi fa un prezzo ancora inferiore”.

Da qui la necessità di un cambio di paradigma, che ha visto la Procura porre l’attenzione su chi beneficia di questo meccanismo, cercando però- “e questo è un punto a cui tengo molto” – di instaurare “un processo all’impresa di carattere non sanzionatorio”, volto cioè alla modifica dell’assetto organizzativo e che finora, ha aggiunto, è stato portato avanti “senza applicare misure cautelari” (in altre parole, “nessuno è mai andato in galera”).

“Ci si siede a un tavolo con gli avvocati dell’impresa, i consulenti, l’Inps, l’Agenzia delle entrate e vari professionisti per cercare di adottare soluzioni accettabili sia dal punto di vista dei versamenti di contributi, sia organizzativo”. La costruzione di un nuovo modello organizzativo, ha aggiunto, passa anche per una verifica di quelle che a volte sono compliance solo cosmetiche, che portano alla produzione di “codici etici, codici di condotta, protocolli, un mare di carta da cui uno viene sommerso” e che però a volte risulta disallineato dalla realtà.

Un modo di procedere che per Storari ha dato il la anche a una serie di adeguamenti spontanei, che però a volte si interrompono.

“Nel mio ufficio spesso arrivano avvocati che mi parlano del caso di una impresa X – senza farmi il nome naturalmente – che vorrebbe mettersi a posto, assumere”. La criticità, che spesso impedisce a questo iter di chiudersi, è la carenza di adeguati meccanismi premiali, al fianco di quelli repressivi.

“Abbiamo bisogno di incentivi a che la gente si metta a posto, non di norme per sanzionare ulteriormente l’impresa”. Un altro punto debole evidenziato è rispetto alla disponibilità di risorse e strumenti per valutare la persistenza della regolarizzazione a distanza di qualche anno con controlli mirati.

Alcuni riscontri a distanza di tempo sull’attività svolta sono stati però raccolti: “Non è seguita, come si poteva temere per alcuni settori, una fase di depressione economica. A volte sono contattato in anonimo da imprenditori che mi segnalano di avere incrementato il fatturato dopo che sono state introdotte misure di controllo giudiziario nei confronti di loro concorrenti, che evidentemente finivano con il fare concorrenza sleale”. Inoltre, “nessuna delle aziende che abbiamo portato alla regolarizzazione è fallita”, anzi alcune in seguito hanno anch’esse hanno potuto incrementare il volume d’affari.

Storari infine ha replicato ad alcune delle critiche mosse in questi anni all’operato della Procura (tra gli altri anche dal giuslavorista Pietro Ichino), in particolare. rispetto al supposto uso ‘creativo’ di alcuni strumenti giuridici. “Con le misure di prevenzione (quale l’amministrazione giudiziaria, originariamente istituita in chiave antimafia, ndr) ci sono meno garanzie, ma in sei mesi la chiudi e senza sanzione. Chi chiede di applicare il 231 (ovvero il Decreto Legislativo 231/2001, che disciplina la responsabilità amministrativa degli enti, ndr) chiede più garanzie, ma questo comporterebbe anche più pene e tempi più lunghi. Vogliamo che un’impresa stia sulla graticola per due anni?”. Controprova della bontà di questo approccio, secondo il Pm, è il fatto che “questi provvedimenti non vengono mai impugnati”.

“Non abbiamo fatto una invasione di campo, siamo intervenuti adottando strumenti investigativi e organizzativi di tipo innovativo, nella prospettiva di ridurre quanto più possibile l’intervento penale” ha ribadito da parte sua anche Viola. “Con il metodo classico, forse avremmo ottenuto più condanne in sede penale; così riteniamo invece di essere riusciti a ricondurre più imprese alla legalità”.

Riguardo l’aver preso in carico compiti che spetterebbero ad esempio alle organizzazioni dei lavoratori, Storari è stato netto: “Noi non discutiamo se un lavoratore sia subordinato, parasubordinato, autonomo. Noi diciamo che sotto una certa soglia non si può andare. Diciamo: ‘La paga minima è questa, il resto lo vedrete con i sindacati’”.

Agli stessi sindacati Storari però non ha risparmiato alcune critche: “Quello che ho visto è che di fronte a certe cooperative non denunciano, si limitano ad accompagnare i lavoratori nel cambio appalto e nel chiedere la concretizzazione della clausola sociale, sicuramente nell’interesse dei lavoratori” ma, appunto, accettando la riproposizione dello stesso modello.

A Viola erano toccate in premessa alcune considerazioni di carattere tecnico generale, sull’utilizzo nelle indagini dell’articolo 603bis del Codice Penale (che sanziona l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro), e di altre norme.

“La riformulazione dell’articolo 603bis ha ampliato l’ambito del delitto” e quindi “per come lo applichiamo noi” questo sta consentendo “una maggiore responsabilizzazione, non solo di chi intermedia la manodopera ma di chi si inserisce a qualsivoglia titolo nella catena di sfruttamento del lavoro”. Al riguardo Viola ha anche evidenziato che il giudice del Tribunale di Milano ha sottolineato come questo possa applicarsi non solo “al lavoratore subordinato”, ma in generale a chi si trovi “in condizione di debolezza contrattuale” (quindi superando quella che era stata considerata una carenza della norma stessa). Viola ha poi citato l’applicazione del decreto legislativo 231, quando il delitto commesso da chi è in posizione apicale va “a vantaggio della società”, la quale ha adottato “una politica d’impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità”, l’ha cristallizzata “nel modello organizzativo”, evidenziando come anche la Corte di Cassazione abbia individuato la via per instaurare una nuova impostazione “in una moderna messa alla prova aziendale, cioè una pratica finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni patologiche che la stessa si è trovata a instaurare”.

F.M.

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