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Bologna controcorrente: “L’Ex works può far lavorare anche aziende italiane della logistica”

In occasione del convegno organizzato da Cisco e dedicato all’import/export marittimo di merci containerizzate, fra i tanti che hanno evidenziato la penalizzazione che le rese di vendita delle merci franco fabbrica (Ex Works) comporta per il sistema logistico italiano, c’è chi, come Sergio Bologna, è andato controcorrente sostenendo come non sia necessariamente detto che le aziende dei trasporti italiane non lavorino se a organizzare la spedizione è un player straniero.

Bologna, consigliere Cisco nonché storico studioso di trasporti e logistica, nel suo intervento intitolato “Le ragioni della debolezza della logistica italiana nel commercio internazionale”, ha invitato a guardare almeno 20 anni indietro per capire quello che avviene oggi sul mercato. “L’arrivo dei courier con i loro aerei ha cambiato la logistica anche in Italia. L’asticella nel corso degli anni si è alzata sempre di più e il nostro Paese ha faticato a stare al passo” ha detto. Ricordando “lo shopping delle imprese straniere verso quelle italiane di spedizione e trasporti” a fine anni ‘90, ad esempio “Abx Logistics che ha rilevato Saima Avandero e il gruppo Eurokai su Contship Italia”, Bologna ritiene che la partita fra i big della logistica mondiale l’Italia abbia iniziato a perderla in quegli anni. Dal punto di vista politico, poi, dal Governo Berlusconi del 2001 con Lunardi al Mit “si è parlato solo di infrastrutture e poco di trasporti”.

Nel merito delle rese di vendita delle merci, il professore ha poi aggiunto: “Si stanno creando filiere sempre più integrate fra produttore e cliente”, le controparti “non hanno più segreti” e con la digitalizzazione il flusso dei dati e delle informazioni è immediato. “Questo cambia l’Ex works; ii problema nemmeno si pone quando fornitore e cliente sono così strettamente integrati. La società estera acquista la merce usando il trasportatore più conveniente e questo può essere anche italiano. Quindi la logistica non è detto che perda qualcosa”. Secondo Bologna è più un fatto di competitività e convenienza dei servizi offerti dalle aziende, a prescindere dalla nazionalità dello spedizioniere, del vettore o dell’importatore.

Più che ex works, poi, secondo lo studioso dovrebbe in futuro sempre più diffondersi semmai la resa Free carrier (Fca) che consente all’esportatore di mettere la merce a disposizione del ricevitore estero provvedendo già alla fornitura della documentazione adatta per l’esportazione e al pagamento dei costi relativi alla relativa operazione doganale. Questo al fine di evitare criticità sul momento doganale alla partenza del carico dall’Italia.

Bologna infine ha posto l’attenzione anche sul fatto che non tutto il Made in Italy sceglie di partire dai porti in mani straniere: “In Friuli Venezia Giulia il 99% delle imprese vende Ex-works ma c’è anche chi, come Danieli e Cimolai, vendono franco destino. Mi riferisco ad aziende che producono macchinari e impianti per i quali la logistica viene tenuta sotto controllo fino a destino. Anche la Gdo al contrario controlla la logistica in importazione dei prodotti verso l’Italia”.

Secondo Ivano Russo, direttore generale di Confetra, “l’Italia non ha voluto adottare una politica industriale della logistica. Abbiamo avuto l’ossessione della cultura offertistica e cemento centrica” intendendo con ciò un’attenzione esageratamente sbilanciata a garantire soprattutto nuove banchine e infrastrutture. “Questa però è solo una parte della questione” ha aggiunto russo. “C’è semmai un tema di dimensione d’impresa. In Italia abbiamo 90mila imprese della logistica e il 94% di queste ha meno di 5 milioni di fatturato e un numero di dipendenti inferiore a 9”. Per il direttore generale di Confetra la presenza di alcuni grandi campioni nazionali della logistica aiuterebbe a controllare una feta maggiori di spedizioni in export del made in Italy.