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Chiesa e portuali chiedono a Genova di fermare i traffici di guerra

“La guerra comincia a Genova” è il titolo di una manifestazione che vedrà l’Arcivescovo insieme al Calp consegnare al presidente dell’Adsp un appello-denuncia per l’applicazione delle norme contro il transito di materiale bellico nel porto ligure

di Nicola Capuzzo
26 Marzo 2022
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Il titolo della manifestazione “La guerra comincia a Genova” è un pugno nello stomaco.

Il recente paragone del presidente ucraino Zelensky tra Genova e Mariupol, la città portuale sul Mare d’Azov bombardata dall’esercito russo di Putin, lo rende anche più scabroso. Ma il messaggio a favore della pace diventa chiaro nel testo dell’annuncio con cui gli organizzatori della manifestazione pubblica che si svolgerà il 2 aprile sul sagrato della cattedrale di San Lorenzo a Genova ne spiegano le ragioni e l’obiettivo: “Tutte le guerre passano dai porti, per cui cominciamo a costruire la pace dai porti”, a partire dal porto di Genova quale “primo faro di pace”.

All’appuntamento alle ore 15, in piazza San Lorenzo, prenderanno la parola il vescovo di Savona e l’arcivescovo di Genova, che firmerà la bandiera della pace proveniente da Savona come testimone di un itinerario della pace che dovrebbe poi raggiungere gli altri porti nazionali. L’incontro è promosso da un largo fronte di associazioni laiche e religiose. Prende spunto dalla 54^ Marcia nazionale per la pace, svoltasi il 31 dicembre 2021 a Savona, promossa dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, da Azione cattolica italiana, da Caritas italiana, da Pax Christi Italia in collaborazione con la diocesi di Savona-Noli. Quindi la manifestazione si dirigerà verso piazza Caricamento, di fronte a Palazzo San Giorgio, dove ha sede l’Autorità di Sistema portuale del Mar Ligure Occidentale che comprende Genova e Savona.

Qui verrà letto e simbolicamente consegnato un appello-denuncia indirizzato al presidente Paolo Emilio Signorini, affinché si prodighi per il rispetto delle leggi che regolano il commercio e il passaggio degli armamenti sul territorio nazionale, nonché per la tutela della sicurezza di lavoratori e cittadini dai rischi conseguenti al trasporto di esplosivi, adottando un metodo di trasparenza e confronto con le associazioni della società civile e finalizzando la sostenibilità del porto anche ai principi etici del commercio pacifico e rispettoso dei diritti umani.

Secondo gli organizzatori, si intende accedere il primo “faro di pace” a Genova non solo perché principale porto nazionale, ma anche perché da qui 3 anni fa è scaturita la scintilla della denuncia da parte dei lavoratori portuali dei transiti di armi verso teatri di guerra civile banditi dalla comunità internazionale e dalla società civile e che dovrebbero perciò essere interdetti dalle autorità. Come? Applicando la norma costituzionale che prevede “il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Applicando inoltre la legge 185/90 che vigila su export e transito dei materiali di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e verso i Paesi responsabili di gravi violazioni di diritti umani.

Si ricorderà lo sciopero indetto dalla Cgil su spinta del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e dei lavoratori della Culmv contro un carico di apparecchiature militari dirette in Arabia Saudita impegnata nella guerra in Yemen. Un episodio che ha fatto il giro del mondo e reso i lavoratori del porto di Genova i testimonial di una resistenza sociale e morale che si rinnova in particolare a ogni passaggio da Genova della linea di navigazione saudita Bahri che trasporta anche armamenti tra le industrie militari nordamericane e i porti mediorientali.

A seguito di quel successo, i portuali ebbero tra l’altro la solidarietà aperta di Papa Francesco con il quale hanno avuto anche un’udienza personale in Vaticano. Il Papa aveva riconosciuto infatti nell’azione diretta dei portuali quei caratteri di parresia e coerenza che costituiscono l’antidoto all’ipocrisia di coloro che predicano la pace ma praticano la guerra sotto una qualsiasi forma che torni di loro interesse. Anche dopo le denunce di alcuni portuali del Calp da parte della magistratura, la componente cattolica non ha fatto mancare la propria solidarietà contro il tentativo di criminalizzare il movimento e di mettere a tacere chi tra i lavoratori lotta per coniugare i temi del sindacalismo con quelli della pace e dei diritti umani in nome di un porto sostenibile anche sotto il profilo etico.

A.M.

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