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La nuova diga di Genova perde 57 milioni e (forse) qualche centinaio di metri

La Regione ritira il suo finanziamento all’opera mentre l’Autorità di Sistema Portuale corre contro il tempo per ottemperare alle prescrizioni di Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e Via prima dell’avvio dei lavori annunciato (3 aprile)

di Andrea Moizo
7 Marzo 2023
Stampa
Canale di Sampierdarena porto di Genova – diga NC

L’architettura finanziaria che sorregge il progetto di realizzazione della nuova diga foranea di Genova cambia. Per alcuni traballa.

A valle di un’interrogazione in Consiglio Regionale del consigliere Luca Garibaldi (Partito Democratico), è emerso come la giunta regionale abbia deciso di destinare ad altro i 57 milioni di euro del proprio Fondo strategico stanziati a favore della diga nel 2021. Il presidente della Regione Giovanni Toti ha confermato la cosa, spiegando però che non c’è “nessun definanziamento”. Secondo l’ente “le risorse, pari a 57 milioni di euro, erano state stanziate da Regione nel 2021 attraverso il Fondo strategico quale anticipo per consentire che le procedure relative all’infrastruttura portuale potessero essere avviate, in attesa dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In questa fase, raggiunto l’obiettivo e arrivati i fondi del Pnrr, le risorse regionali verranno riprogrammate”.

Un’affermazione contraddeta però dai documenti più recenti della stazione appaltante, l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale. Il “quadro economico”, infatti, mostra come, malgrado i ribassi offerti dall’appaltatore, la cifra necessaria resti di 950 milioni di euro (peraltro con meno del 10% destinato agli imprevisti):

E il prospetto dei “finanziamenti” evidenzia come al raggiungimento di questa cifra contribuiscano sì i 500 milioni del Pnrr, ma in aggiunta e non in sostituzione ai 57 stanziati nel 2021 dalla Regione:

L’Adsp non ha commentato, ma nei giorni scorsi ha provveduto ad alcuni affidamenti diretti per ottemperare alle prescrizioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e a quelle a cui il Ministero dell’Ambiente ha condizionato il parere positivo in sede di Valutazione di impatto ambientale.

I tempi sono strettissimi. L’ultimo cronoprogramma dell’ente, infatti, fissava al 3 aprile  l’emanazione del decreto di approvazione della progettazione e l’avvio dei lavori. Pena un ulteriore slittamento dei tempi, quindi, entro quella data gli affidatari, rispettivamente Acquatecno (già nella cordata aggiudicataria del nuovo Piano Regolatore Portuale) e Wsp E&IS, dovranno adempiere ai propri compiti, l’Adsp dovrà approvarne il lavoro e gli organi richiedenti valutarne la rispondenza a quanto richiesto (cosa che appare quantomeno velleitaria: al Ministero dell’Ambiente pende ancora la valutazione sulla richiesta di modifica alla Via avviata il 3 febbraio scorso).

Nel primo caso (110mila euro) si tratta della redazione dello studio finalizzato a valutare la possibilità di ottimizzare la lunghezza della nuova diga foranea. Il Consiglio Superiore aveva infatti chiesto un approfondimento per meglio evidenziare “la congruenza fra il periodo proprio di oscillazione delle navi previste per ciascuna banchina e il periodo dell’onda di progetto utilizzata per il calcolo della diffrazione”, ipotizzando di poter “di conseguenza anche ottimizzare la lunghezza del molo foraneo”.

Per 18mila euro, invece, Wsp dovrà svolgere “il servizio di consulenza ambientale in risposta alle condizioni ambientali definite dal Ministero dell’Ambiente a seguito alla presentazione dello studio di impatto ambientale dell’opera, così da traguardare la verifica di ottemperanza”. Erano cinque le prescrizioni da ottemperare prima dell’avvio dei lavori, fra cui le più impegnative sono la predisposizione di cinque piani e rapporti (compresi Valutazione d’incidenza ambientale e Piano di monitoraggio ambientale) e l’implementazione di più approfonditi modelli geologico e geotecnico. In tale ambito, preliminari alla redazione del progetto sono anche i “campi prova” caldeggiati dal Consiglio Superiore, ma la loro esecuzione è in capo all’appaltatore (la cordata guidata da Webuild) e non è ancora chiaro a che punto si sia arrivati e con quali esiti.

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