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Economia

Economia del mare: per Confindustria mancano 175 mila lavoratori in Italia

Le figure più difficili da trovare sono meccanici, saldatori, ingegneri navali, tecnici della transizione energetica e specialisti in digital e underwater ma anche autisti di mezzi pesanti, marinai di coperta, ingegneri elettronici e cadetti

di redazione SHIPPING ITALY
18 Aprile 2026
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Confindustria – economia del mare

Occupazione, preoccupazione e proposte. In questi tre termini si può riassumere il messaggio lanciato dal Gruppo tecnico economia del mare di Confindustria nell’evento di due giorni intitolato Genova e Liguria: Capitali del Mare 2026: “L’economia del mare vale 216 miliardi e l’occupazione nel settore cresce quattro volte più del resto dell’Italia. Ma mancano 175.000 lavoratori”.

La stima proviene da un nuovo rapporto Confindustria – Bcg sull’Economia del Mare che fotografa “una delle piattaforme industriali più dinamiche del Paese: leader mondiale nella cantieristica, strategica per i flussi globali, ma frenata da un’emergenza occupazionale che rischia di comprometterne lo sviluppo” sottolinea il gruppo tecnico presieduto da Mario Zanetti, vertice di Confitarma e di Costa Crociere.

Il rapporto evidenzia un dato occupazionale significativo: “Con 1,1 milioni di occupati diretti, l’incremento dell’occupazione ‘blu’ è stato quattro volte quello degli occupati complessivi. Considerando anche l’occupazione indiretta attivata lungo le filiere collegate, si stima un totale di circa 2,5 milioni di occupati”.

Secondo gli industriali l’economia del mare è un settore in piena espansione e avrà una crescente esigenza di lavoratori, che però rischia di non trovare. “Un elemento distintivo – scrivono – è la natura strutturale e continuativa di questa domanda di lavoro: a differenza di altri settori legati al mare, i comparti industriali (cantieristica, logistica portuale, movimentazione) generano occupazione stabile e non stagionale, con contratti a tempo indeterminato e percorsi professionali di lungo periodo”.

Il fabbisogno occupazionale complessivo della blue economy nel quinquennio 2026-2030 è stimato da Confindustria-Bcg in circa 175.000 lavoratori: circa 55.000 nuovi posti generati dalla crescita del settore e circa 120.000 per sostituire i profili in uscita. “Una domanda enorme, che si scontra con una dinamica demografica avversa, la popolazione italiana in età lavorativa scenderà da 37,5 milioni nel 2025 a 29,7 milioni nel 2050, una contrazione di dieci punti percentuali. Circa 6,1 milioni di occupati tra i 50 e i 59 anni si affacceranno alla pensione nel prossimo decennio, a fronte di soli 5,92 milioni di giovani tra i 20 e i 29 anni”. Secondo gli industriali al problema quantitativo se ne aggiunge uno qualitativo perché “il sistema formativo italiano non produce abbastanza profili con le competenze specifiche richieste dall’economia del mare. Il mismatch è più acuto proprio nei comparti più strategici”.

Nella cantieristica, “il 43% delle posizioni ricercate resta scoperta, quasi il doppio della media del settore”. Le figure più difficili da trovare sono “meccanici, saldatori, ingegneri navali, tecnici della transizione energetica e specialisti in digital e underwater (sviluppatori software, system integrator e specialisti in tecnologie unmanned)”. C’è poi il mercato delle tecnologie underwater in Italia (droni subacquei, sensoristica avanzata, sistemi di sorveglianza) che vale già circa 1 miliardo di euro cumulato nel quinquennio 2026-2030 e crescerà rapidamente.

Il comparto della movimentazione merci e passeggeri richiede profili con una forte componente operativa e logistica. “Tra quelli operativi e di conduzione – spiegano Bcg e Confindustria – la domanda si concentra su conduttori di mezzi pesanti, marinai di coperta, ingegneri elettronici e cadetti. Tra i profili logistico-amministrativi cresce la domanda di addetti alla gestione amministrativa dei trasporti, addetti a magazzino e stoccaggio e figure di back office logistico”.

Il rapporto in questione individua dunque tre direttrici di intervento complementari per sviluppare l’occupazione nell’Economia del Mare: semplificare, innovare e formare.

Il ‘ capitolo’ semplificare richiede revisione di policy, certificazioni e iter burocratici. “Le imprese di navigazione devono confrontarsi con almeno dieci ministeri, e i processi burocratici per certificazioni e licenze professionali sono frammentati tra enti diversi, allungando i tempi di ingresso nel mercato del lavoro e riducendo l’attrattività delle carriere marittime” spiega il report. Perciò gli industriali individuano come priorità immediate quelle di “razionalizzare le certificazioni e requisiti di accesso, allineare il quadro normativo nazionale agli standard europei e internazionali, digitalizzare i processi amministrativi per l’accesso alle professioni di filiera, semplificare le procedure per tirocini e stage, rafforzando il raccordo scuola-impresa. L’istituzione dell’Angemar, l’Anagrafe Nazionale Digitale della Gente di Mare, è un passo in questa direzione”.

C’è poi la richiesta di innovare, attraverso la transizione digitale e green come leva occupazionale. “La trasformazione tecnologica in corso sta trasformando la natura del lavoro: crea nuovi profili ad alto valore aggiunto. È necessario: supportare l’adozione di tecnologie digitali in cantieri e porti con parallelo sviluppo di competenze tecnico-operative; attivare percorsi di upskilling e reskilling per lavoratori esposti alla transizione energetica; incentivare l’assunzione di profili green e digitali nei settori industriali del mare” si legge nel rapporto.

La terza linea d’azione è quella di formare, quindi la costruzione di competenze lungo tutta la filiera. “Gli Its Academy e i corsi universitari specifici – si legge – risultano ancora insufficienti e l’offerta formativa appare frammentata e disomogenea tra le regioni. Le azioni chiave: potenziare gli Its Academy a indirizzo marittimo, logistico e meccatronico rafforzando il coinvolgimento delle imprese; sviluppare programmi di apprendistato e formazione duale nei comparti cantieristico e portuale; rafforzare il raccordo tra istituti nautici, accademie marittime e imprese”.

Il piano d’azione suggerito dal Gruppo Tecnico Economia del Mare di Confindustria ha dunque sviluppato il seguente piano d’azione strutturato su ciascuna delle tre direttrici.

Semplificazione: “Proposta di riforma dell’Allegato al DPR 231/2006 per aggiornare i requisiti di accesso alle professioni marittime; snellimento processi burocratici per rilascio certificazioni e licenze professionali; semplificazione procedure di ingresso e imbarco per lavoratori marittimi extra-UE; governance portuale centralizzata e semplificata, con ridefinizione competenze tra Mit, Adsp e Art; piano nazionale dragaggi con procedure semplificate e uniformi; digitalizzazione pratiche di bordo e procedure amministrative (Angemar).

La seconda direttrice è quella dell’innovazione attraverso le seguenti misure : “Reinvestimento delle risorse ETS nel settore per la transizione green; elettrificazione banchine (OPS) e infrastrutture per combustibili alternativi; promozione di un polo cantieristico italiano per l’eolico offshore galleggiante; digitalizzazione portuale: connettività 5G, piattaforme integrate, automazione logistica; incentivi R&S nella cantieristica: propulsioni alternative, tecnologie unmanned e dual-use: estensione della misura Transizione 5.0 al settore marittimo”.

A proposito di formazione le richieste sono: “Potenziamento Its Academy con percorsi su innovazione, sostenibilità e discipline Stem; piattaforma digitale nazionale per incontro domanda-offerta nel settore marittimo; incentivi fiscali per imprese che assumono giovani formati in percorsi ITS e universitari EdM; inserimento dell’economia del mare nel Piano Mattei per formazione e reclutamento da Paesi africani (inclusi programmi Stcw); allineamento atlanti delle professioni regionali per uniformare job title e profilazione competenze.

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