La cessione di navi ex-ILva accende lo scontro fra Unione Marittimi e sindacati confederali
I mezzi marittimi inutilizzati da alcuni anni potrebbero essere dsetinati alla demolizione

La probabile e imminente dismissione di alcune (o tutte) navi e chiatte della flotta ex-Ilva Trasporti Marittimi ha riacceso lo scontro fra sindacati rappresentanti dei lavoratori.
Dopo l’uscita pubblica con cui Filt Cgil, Fit Cil e Uiltrasporti hanno denunciato il rischio di vendita in Turchia di due spintori (Corona Boreale e Corona Australe), è ora uscita allo scoperto anche l’Unione Marittimi sollevando la preoccupazione dei lavoratori del comparto marittimo legato alla flotta navale dell’ex Iilva per quella che sembra un’ormai prossima cessione per demolizione “con gravi ripercussioni occupazionali per circa 240 marittimi”.
A lanciare l’allarme è il presidente dell’Associazione Unione Marittimi, Vincenzo Bellomo, che insieme all’avv. Fabio Altese, legale dell’organizzazione, denuncia da tempo lo stato di abbandono in cui versa la flotta.
“Da tempo avevamo espresso forti timori sul futuro di queste imbarcazioni e dei lavoratori coinvolti, chiedendo chiarimenti che non sono mai arrivati” dichiarano i rappresentanti di Unione Marittimi. “La nostra associazione si è opposta fermamente alla messa in disarmo delle navi Corona Boreale e Corona Australe, affrontando anche un duro confronto con le autorità marittime locali per salvaguardare i posti di lavoro, convinti che il disarmo avrebbe rappresentato il preludio alla dismissione dell’intera flotta ex Ilva. Oggi quei timori rischiano di trasformarsi in realtà: se le navi verranno demolite, circa 240 marittimi perderanno il proprio impiego”.
Il presidente dell’associazione Unione Marittimi aggiunge inoltre: “Apprendiamo che alcune sigle sindacali abbiano richiesto un incontro con la dirigenza di Acciaierie d’Italia. Ci chiediamo dove fossero i sindacati quando vennero avviate le procedure di messa in disarmo delle navi Corona Boreale e Corona Australe. Ci risulta che fossero presenti ai tavoli con i responsabili di Acciaierie d’Italia e con le autorità marittime quando si discuteva della drastica riduzione del personale destinato al servizio di guardiania, arrivando a prestare consenso affinché gli equipaggi venissero ridotti a tre o quattro unità, o addirittura sostituiti con servizi di guardiania a terra. Decisioni alle quali la nostra Associazione si è opposta con fermezza. Oggi le navi risultano in disarmo e i marittimi impiegati nel servizio di guardiania sono nove, anche grazie alle battaglie che abbiamo intrapreso, confrontandoci duramente con le Autorità Marittime. Ci chiediamo inoltre dove fossero i sindacati quando, per decenni, i marittimi venivano imbarcati sui galleggianti senza alcun contratto di arruolamento e senza il corretto riconoscimento contributivo”.
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