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Uiltrasporti Liguria: “Contro la carenza di camionisti raddoppiare la retribuzione base”

Per la sigla attribuire la crisi al costo di patenti e abilitazioni è “una narrazione superata e fuorviante”

di REDAZIONE SHIPPING ITALY
3 Luglio 2026
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camion 3 (002)

La carenza di camionisti in Italia – stimata in un numero che a seconda della fonte va dai 10mila ai 20-30mila addetti – va contrastata con una soluzione per certi versi elementare: il raddoppio della retribuzione base degli addetti. Lo sostiene Uiltrasporti Liguria, evidenziando innanzitutto come il fenomeno non abbia dei contorni chiari, poiché un dato ufficiale non esiste mancando un sistema ufficiale di raccolta delle richieste di personale da parte delle aziende, e che comunque il fabbisogno varia sensibilmente da Nord a Sud.

Attribuire questa carenza esclusivamente al costo delle patenti e delle abilitazioni professionali (Cqc), secondo la sigla sindacale, è “una narrazione superata e fuorviante” – rileva segretario regionale Dipartimento Logistica Trasporto Merci, Giovanni Ciaccio –  “dato che ormai sono spesso le stesse aziende a farsi carico delle spese necessarie per il conseguimento dei titoli di guida, pur di reperire nuovi autisti”.

Il problema, secondo la sigla, va invece affrontato sul piano squisitamente economico, considerando che una volta lo stipendio di autista era circa il doppio di quello di un operaio comune, anche in considerazione delle 20-25 ore settimanali di lavoro aggiuntive che la professione comporta.

Al riguardo, Uiltrasporti Liguria ricorda inoltre come spesso vengano riconosciute agli autisti somme quali indennità di trasferta, destinate a coprire le spese sostenute durante il lavoro. Tali importi “non costituiscono retribuzione” e “contrariamente a quanto spesso si pensa, non incrementano né lo stipendio né la futura pensione”.

Altro aspetto critico per chi svolge la professione, oltre alla cronica carenza di infrastrutture dedicate agli autisti, è poi “il trattamento riservato ai conducenti dalle aziende committenti, sia durante le operazioni di carico sia durante quelle di scarico”. Moltissime, secondo Ciaccio, riservano loro un trattamento “inumano, privo del minimo rispetto per la dignità del lavoratore e della persona. In molti casi vengono lasciati ad attendere il proprio turno nei piazzali, senza servizi igienici e senza alcuna possibilità di effettuare una pausa in condizioni dignitose”.

Gli autisti di camion, insomma, “non hanno mai ricevuto la giusta considerazione né dalle aziende di autotrasporto né dall’intera filiera della logistica, che troppo spesso li colloca all’ultimo posto nella scala delle priorità”. Nel corso degli anni imprese e associazioni di categoria “hanno cercato di comprimere sempre più il costo del lavoro, a beneficio della committenza, ricorrendo a forme di remunerazione che riducono il peso della retribuzione ai fini previdenziali”, con conseguenze “evidenti al momento del pensionamento: molti autisti si sono trovati costretti a chiedere di proseguire l’attività lavorativa perché l’importo della pensione erogata dall’Inps non consentiva loro di vivere dignitosamente”.
Una situazione che inevitabilmente scoraggia anche le nuove generazioni dall’intraprendere la professione.

La motivazione principale che ha allontanato i giovani dalla professione di camionista, oltre alla mancanza di infrastrutture adeguate e a una qualità di vita corretta, è quindi soprattutto economica. Gli autisti trascorrono gran parte della loro vita lontano da casa e dalle proprie famiglie, e molte delle somme percepite sono riconosciute come indennità di trasferta, destinate a coprire le spese sostenute durante il lavoro. Si tratta di importi che non costituiscono retribuzione e che, contrariamente a quanto spesso si pensa, non incrementano né lo stipendio né la futura pensione.

“Una volta — conclude Giovanni Ciaccio, Segretario Regionale Uiltrasporti Liguria — la professione di camionista si tramandava di padre in figlio. Oggi questo non accade più: anzi, è spesso il padre camionista a scoraggiare il figlio dall’intraprendere questa strada. Se vogliamo invertire questa tendenza, dobbiamo ricominciare dal rispetto per questi lavoratori e dal riconoscimento economico che meritano, che deve necessariamente riguardare anche la parte previdenziale”.

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