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Porti

“Il coraggio di spingersi oltre la nuova diga del porto di Genova”

Barbazza (ixMachina) suggerisce di arricchire il progetto della nuova infrastruttura con l’installazione di attività come riparazioni navali, terminal ro-ro, depositi costieri e altro. Come avviene già in altri porti vicini all’Italia

di Redazione SHIPPING ITALY
8 Marzo 2022
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Contributo a cura di Guido Barbazza *

* amministartore della società di consulenza ixMachina

A seguito del dibattito pubblico attivato dall’Autorità di Sistema Portuale è di grande attualità la questione della realizzazione della nuova diga foranea di Genova Sampierdarena. E’ ovvio concordare sulla necessità di realizzare tale opera, in un modo o nell’altro, e anche alla svelta, visto che lo scalo di Sampierdarena si trova ancora quasi nelle stessa configurazione in cui fu, peraltro molto bene, costruito negli anni ’30, quando i mercantili stazzavano al massimo qualche decina di migliaia di tonnellate: navi lillipuziane se comparate con le “Ultra Large Container Carrier” di oggi.

Detto questo, i tre scenari alternativi oggetto di pubblico dibattito sono generati da un unico concetto: quello di “prendere” la diga attuale e spostarla a mare per creare uno specchio acqueo portuale di dimensioni maggiori per permettere l’ingresso, la manovra e l’ormeggio delle grandi navi portacontenitori. Però solo limitatamente alla Calata Bettolo e poco più in quanto, a causa delle limitazioni in altezza imposte dal “cono aereo” dell’aeroporto le grandi navi non potranno comunque operare alle altre banchine che si sviluppano verso ponente. Stop.

Tutto qui, a fronte di un costo preventivato per i contribuenti in un miliardo di euro circa, probabilmente destinato a dilatarsi per incognite e imprevisti a causa dell’elevata profondità, dell’ordine dei 45/50 metri contro i 20/25 attuali, a cui si spingerebbe tale opera. Tale approccio non può non destare perplessità, in quanto semplice esercizio di traslazione dell’esistente e che quindi non va “oltre la diga”.

E invece “oltre la diga” bisognerebbe andarci, eccome. Per tre validi motivi. Primo: con la scarsità di aree pianeggianti presenti in Liguria, è sempre stato necessario crearle ex-novo con ingegno e arguzia “terrazzando” monti e colline e “tombando” specchi acquei, operazioni che hanno permesso la realizzazione sia dei bacini portuali di Pra’ e di Sampierdarena, sia dell’aeroporto, sia della Fiera del Mare, sia dell’Ilva. Allora perché non utilizzare l’enorme opportunità della nuova diga anche per realizzare nuove, importanti, aree operative portuali e industriali “a mare” collegate alla terraferma con un ponte girevole (come peraltro già fatto decenni fa a Marsiglia e Barcellona)? Per realizzare un grande terminal ro-ro, per le riparazioni navali, per rilocare ben lontano dalla città i depositi e gli accosti petrolchimici di Multedo, e magari anche il porto petroli. Infine, per realizzare gli auspicabili depositi e infrastrutture per i nuovi combustibili navali del futuro quali, oltre al già comune Gnl, l’ammoniaca e l’idrogeno.

Secondo: “oltre la diga” attuale, esiste una conformazione del fondale marino che bisognerebbe prendere in maggior considerazione per scegliere un tracciato della nuova diga che lo assecondi, in modo da contenere i fondali su cui si fonderanno le nuove opere marittime, minimizzando tempi, costi e incognite.

Terzo: in considerazione della cronica congestione delle autostrade genovesi, e in particolare dello svincolo di Genova Ovest, sarebbe opportuno “cambiare gioco”, andando a indirizzare i traffici aggiuntivi che si auspica di riuscire ad attirare a Genova anche su una nuova direttrice, che potrebbe essere quella dello svincolo autostradale di Genova Aeroporto e dello scalo ferroviario di Genova Sestri Ponente, che un tempo smaltivano milioni di tonnellate di prodotti dall’Ilva di Cornigliano, azienda che oggi opera con volumi ben inferiori.

Sarebbe altrettanto saggio interrogarsi sull’opportunità di destinare ad attività retroportuali e logistiche una parte delle vaste aree a mare in concessione all’Ilva, da decenni in stato di totale inutilizzo, e magari anche sull’opzione di collegare le banchine addizionali che si potrebbero realizzare sulla nuova diga con un sistema automatizzato tipo “B.R.U.C.O.”. Sembra possibile, a costi ragionevoli, proprio cogliendo l’opportunità della nuova diga di Sampierdarena, creare una grande e ambiziosa visione per lo sviluppo portuale genovese con un lay-out razionale ed efficiente, in modalità win-win, attenta all’ambiente e alla qualità della vita dei cittadini. A condizione di avere il coraggio di spingersi “oltre la diga”.

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