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Economia

Reshoring e nearshoring delle produzioni verso l’Italia: un’indagine spiega quanto, come e perchè

Il potenziamento di politiche che favoriscono la digitalizzazione, l’Industria 4.0 e il ‘Green New Deal’ potrebbero promuovere sia il rientro delle forniture sia quello della produzione

di Nicola Capuzzo
10 Ottobre 2022
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Backshoring di produzione verso l’Italia

Milano – Un’indagine presentata all’assemblea di Alsea e condotta dal gruppo di ricerca Re4It (leggi la presentazione) su un campione di oltre 700 imprese per comprendere le scelte di localizzazione delle attività produttive e delle forniture delle imprese italiane e le motivazioni sottostanti le loro scelte mostra come circa il 30% di  quelle che in passato hanno delocalizzato ha dichiarato di aver già realizzato un cambiamento nella propria strategia di localizzazione, mentre il restante 55% continua a mantenere inalterata la propria scelta localizzativa. Il backshoring della produzione (totale o parziale) è stato fino ad ora scelto dal 16,5% delle imprese italiane che avevano realizzato l’offshoring produttivo. Più del 12% ha dichiarato di aver programmato di riportare in Italia la produzione attualmente localizzata all’estero nel medio-lungo termine (3-oltre 5 anni). Il 14%, ha invece optato per un cambio di localizzazione all’estero (nearshoring o further offshoring).

A presentare le risultanze di questa indagine è stato Stefano Elia, professore di International business del Politecnico di Milano. Dalle conclusioni emerge che il potenziamento di politiche già esistenti che favoriscono la digitalizzazione, l’Industria 4.0 e il ‘Green New Deal’ potrebbero promuovere sia il rientro delle forniture (rendendo sempre più “idonei” i nostri fornitori) sia quello della produzione (che necessita di un contesto istituzionale favorevole). Per favorire il fenomeno del reshoring, occorre anche affrontare a livello centrale quei problemi strutturali atavici che rendono il nostro paese da sempre meno attrattivo di altri (burocrazia, sistema giudiziario, pressione fiscale, infrastrutture, innovazione, costo del lavoro, costi dell’energia, debito pubblico).

Entrando più nel dettaglio dell’indagine presentata si scopre che fra i settori in cui avviene maggiormente il reshoring ci sono abbigliamento, articoli in pelle e simili, macchinari e apparecchiature elettriche. Le regioni d’Italia in cui si trovano le aziende più interessate da questo fenomeno sono (non a caso) anche quelle più industrializzate, vale a dire Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. A seguire Toscana, Marche e Piemonte.

Le ragioni per cui alcuni gruppi scelgono di riportare o riavvicinare le proprie produzioni all’Italia spiccano l’effetto ‘Made in’ (poter proporre un prodotto ‘Made in Italy’), il miglioramento del servizio al cliente, riorganizzazioni aziendali, vicinanza fra produzione e dipartimento di Ricerca & Sviluppo e infine scarsa qualità delle produzioni delocalizzate.

Durante la presentazione dell’indagine è stato dedicato un apposito focus alla Lombardia dove l’84% dei rispondenti (641 imprese sulle 762 rispondenti) ha detto di non aver delocalizzato la produzione. Sia in Italia che in Lombardia le imprese rispondenti che non hanno delocalizzato la produzione lo hanno fatto principalmente per motivazioni legate ai maggiori costi di controllo e coordinamento delle produzioni all’estero, all’esigenza di produrre in piccoli lotti e per avvantaggiarsi dell’effetto “made in”.

Circa un 16% delle imprese (121 imprese sulle 762 rispondenti) ha realizzato il cosiddetto offshoring produttivo; sono state soprattutto Pmi che esportano per più del proprio fatturato. Le imprese che hanno delocalizzato la produzione operano in larga parte nei settori dei macchinari e dei prodotti in metallo, sia in Italia che in Lombardia. Lo hanno fatto per ridurre i costi di produzione, principalmente il costo del lavoro; altre motivazioni dell’offshoring sono l’accesso ai mercati, la disponibilità di materie prime e di fornitori all’estero (quest’ultimo fattore risulta particolarmente rilevante per la regione Lombardia).

Come detto, al 2021 circa il 30% delle 121 imprese che hanno delocalizzato ha dichiarato di aver già realizzato un cambiamento nella strategia di localizzazione, mentre il restante 55% continua a mantenere inalterata la sua scelta localizzativa. Il backshoring della produzione (totale o parziale) è stato finora scelto dal 16,5% delle imprese che avevano realizzato l’offshoring. Le imprese che hanno implementato il maggior numero di casi di ‘ritorni’ operano nel settore dei macchinari, dell’abbigliamento e dei prodotti in metallo produttivo. Più del 12% ha dichiarato di aver programmato di riportare in Italia la produzione attualmente localizzata all’estero nel medio-lungo termine (fra 3 a oltre 5 anni).

Il 14%, ha invece optato per un cambio di localizzazione all’estero (nearshoring o further offshoring) mentre circa il 2% di chi ha effettuato l’offshoring produttivo prevede di realizzare un nearshoring nei prossimi quattro/cinque anni.

Le principali motivazioni del backshoring di produzione a livello nazionale sono legate ai tempi di consegna, alla necessità di migliorare il servizio al cliente, di ridurre i costi della logistica, il made-in e il costo del lavoro. Interessante notare per la Lombardia il ruolo rilevante giocato dall’implementazione di tecnologie Industria 4.0 e dalla perdita di competenze di produzione.

Un capitolo a parte è stato dedicato ai driver che inducono al backshoring di forniture (degli approvvigionamenti). Le principali motivazione per le imprese italiane e lombarde sono la disponibilità di fornitori idonei in Italia e i tempi di consegna maggiori di quelli attesi. A seguire le aziende hanno rilocalizzato gli approvvigionamenti a causa di un aumento dei costi di fornitura all’estero, di costi logistici effettivi maggiori di quelli attesi, della presenza di un lotto minimo di acquisto e difficoltà di coordinamento con i terzisti. Da notare anche il ruolo giocato dalla scarsa qualità delle forniture estere per le imprese lombarde mentre all’ultimo posto si trovano le motivazioni ambientali (ad esempio la riduzione delle emissioni di CO2) anche da parte di società benefit.

In conclusione è stato illustrato quanto cruciale sia il ruolo della competitività del territorio e delle imprese per riconquistare le produzioni. Dall’indagine merge infatti che le dinamiche e i driver del backshoring fanno capire che tale fenomeno può essere incentivato agendo sulle leve che aumentano la competitività dei nostri territori e delle nostre imprese.

Il potenziamento di politiche già esistenti che favoriscono la digitalizzazione, l’Industria 4.0 e il ‘Green New Deal’ potrebbero promuovere sia il rientro delle forniture (rendendo sempre più “idonei” i fornitori locali) sia quello della produzione (che necessita di un contesto istituzionale favorevole).

Per completare il quadro sono necessarie anche politiche per l’incremento delle competenze manifatturiere, digitali e manageriali, dato che la riorganizzazione della attività produttive da un paese all’altro e l’adozione di nuovi modelli di business sostenibili e digitali richiede capacità gestionali e produttive che non sempre sono immediatamente disponibili e reperibili.

LEGGI QUI la presentazione: “Processi di reshoring nella manifattura italiana” – Politecnico di Milano

 

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