Cgil contro l’affidamento ai privati delle ispezioni degli apparati radioelettrici di bordo
“Sicurezza collettiva compromessa per assecondare l’interesse degli armatori” ma Assarmatori risponde. Nel Ddl mare anche esenzione da autorizzazioni paesaggistiche per i porti
Accantonate (quantomeno temporaneamente), col passaggio dal Senato alla Camera, le ruggini legate agli interventi in materia di charter nautico, il Disegno di legge per la valorizzazione della risorsa mare, che dovrebbe esser definitivamente esaminato dai deputati entro aprile, torna a sollevare critiche.
L’argomento questa volta è l’articolo dedicato alla “sorveglianza sugli apparati radioelettrici di bordo”. Il Ddl, come è noto, è intervenuto dove si era fermato il Ddl Malan, correggendo i vizi sollevati in quell’occasione dal Comando generale delle Capitanerie di Porto: il Ddl, infatti, obbliga il Ministro delle imprese e del made in Italy ad affidare le ispezioni ordinarie annuali sulle apparecchiature in questione, oggi appannaggio dei propri ispettori, agli “organismi riconosciuti” quando le navi si trovano all’estero – come chiedevano le associazioni degli armatori –, ma a differenza del Ddl Malan non riduce la frequenza di tali controlli.
Nondimeno la novità ha suscitato le ire della FP Cgil, la sigla Cgil dei dipendenti pubblici (che in tal senso si era espressa anche durante l’iter in Senato): “Il rischio è un preoccupante arretramento della funzione di controllo dello Stato che potrebbe diventare un punto di non ritorno per gli Ispettorati Territoriali del Mimit” ha scritto il sindacato in una nota rilasciata a margine di una riunione con il Capo di gabinetto del Ministero in cui si sono affrontate diverse criticità dell’amministrazione.
“Viene da chiedersi: si tratta di una semplificazione amministrativa o di un pericoloso regalo agli armatori? Delegare le verifiche sulla sicurezza a enti privati, eliminando la terzietà finora garantita dal personale tecnico del Ministero, rischia di piegare il rigore dei controlli a logiche di mercato. La sicurezza in mare non può essere oggetto di una svendita che favorisce i soggetti controllati a discapito dell’imparzialità pubblica. È invece necessario invertire la rotta, assumere il personale necessario e garantire adeguata formazione, ben oltre le 40 ore previste a fronte di corsi di durata ben superiore nel passato. Sono anni che l’Amministrazione non provvede a formare il personale né ad assumere nuovi tecnici per garantire il necessario ricambio generazionale: questa inerzia ha ridotto gli Ispettorati ai minimi termini, portando snodi marittimi vitali, ad esempio Genova e Trieste, ad avere pochissime unità a disposizione per svolgere l’attività. Il personale degli Ispettorati denuncia con forza lo svuotamento di funzioni, che sta privando l’amministrazione di un ruolo cardine e consegna asset strategici della sicurezza nazionale nelle mani di privati. Indebolire gli strumenti e l’organico dello Stato significa, di fatto, rendere la sicurezza un obiettivo intenzionalmente inadeguato e impossibile da perseguire”.
Da qui la richiesta, in conclusione, di “apertura immediata di un tavolo di confronto con i vertici del Ministero sul futuro di queste attività. È indispensabile fermare questo processo di privatizzazione che svilisce la professionalità dei dipendenti pubblici e compromette la sicurezza collettiva per assecondare interessi di parte”.
Sulla materia è intervenuta Assarmatori sottolineando che, “grazie a questa modifica, la bandiera italiana si allinea agli standard internazionali, superando un’impostazione troppo spesso condizionata da normative ormai superate. L’affidamento delle ispezioni radio ai competenti RO, presenti in tutto il mondo, non solo garantisce maggiore rapidità di esecuzione, ma assicura anche la necessaria competenza marittima”.
Da registrare, inoltre, come il Ddl sia intervenuto su un’altra materia nel frattempo oggetto di frizioni. La nuova legge, infatti, prevede che nei piani paesaggistici regionali possano essere individuate aree “interessate da una rilevante e significativa infrastrutturazione all’interno degli ambiti portuali”, a cui, in analogia alle aree gravemente compromesse o degradate, si applichi l’esenzione dalla autorizzazione paesaggistica. Esattamente il tema su cui pochi mesi fa l’Autorità di sistema portuale di Livorno ha proposto ricorso contro il Comune di Livorno.
A.M.
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